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È, senza dubbio, molto appropriato, ritrovare le opere di Antonio Scaccabarozzi attraversare, letteralmente, gli spazi del Museo Fortuny. Diafanés, la mostra curata da Ilaria Bignotti e Camilla Remondina, costruisce un dialogo silenzioso ma estremamente denso tra due figure che, pur appartenendo a epoche e contesti diversi, condividono una stessa ossessione: la superficie come luogo di trasformazione e come superficie del possibile.
Se Fortuny ha inventato un modo nuovo di pensare l’abito, attraverso la plissettatura, la trasparenza e la relazione dinamica tra corpo e tessuto, Scaccabarozzi ha invece fatto qualcosa di analogo con la pittura, trasformando la superficie in una membrana porosa e attraversabile. Nato a Milano nel 1936 e attivo per oltre quarant’anni all’interno delle ricerche analitiche e concettuali italiane, Scaccabarozzi ha sviluppato una pratica radicale e coerente, lontana tanto dall’espressionismo quanto dalla figurazione, concentrata invece su una fenomenologia del vedere.
Nato a Merate nel 1936, Scaccabarozzi arriva giovanissimo a Milano, dove si forma alla Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, frequentando il clima creativo della Brera degli anni Cinquanta e Sessanta, in contatto con figure come Piero Manzoni e Lucio Fontana. Dopo un lungo soggiorno a Parigi, dove si confronta con le avanguardie storiche, e tappe a Londra, Olanda e Spagna, rientra in Italia per sviluppare una ricerca che, già negli anni Sessanta e Settanta, si confronta con concretismo, neoplasticismo e cinetismo europei.

A partire dalla fine degli anni Settanta, la sua pratica si struttura in cicli coerenti di lavoro — dalle Prevalenze alle Quantità libere — che segnano un percorso di progressiva astrazione, misura e liberazione metodologica. Il passaggio decisivo avviene agli inizi degli anni Ottanta, quando la sua riflessione sul colore lo porta a considerare la quantità stessa di colore come elemento pittorico, liberandosi dalle regole predefinite e spingendo la pittura verso suoni più composti e instabili.
Negli ultimi decenni della sua carriera — scanditi dai cicli Polietileni (1996–2005), Ekleipsis (2002–2003), Banchise (2003–2005) e Velature (2004–2008) — Scaccabarozzi sposta la sua attenzione dal tradizionale supporto pittorico a superfici industriali come il polietilene, materia trasparente e leggera che sospende la pittura tra visione e spazio. Queste opere non sono più immagini da guardare, ma membrane da attraversare con lo sguardo e con il corpo.
È qui che il dialogo con Fortuny diventa particolarmente fertile. Il tessuto, in entrambe le poetiche, diventa un qualcosa che organizza il rapporto tra interno ed esterno, tra visibile e invisibile: se Fortuny lo fa attraverso l’abito, che modella il movimento e la postura; Scaccabarozzi lo fa attraverso la superfice pitturica, che modella lo sguardo e la percezione.

Negli spazi stratificati e quasi teatrali di Palazzo Fortuny, queste superfici diafane assorbono la luce veneziana, la riflettono, la disperdono, la rendono instabile. L’architettura storica diventa parte attiva del lavoro, così come il corpo del visitatore, chiamato a muoversi tra pieghe e trasparenze.
Diafanés non è quindi solo una mostra su Scaccabarozzi, né un omaggio a Fortuny. È piuttosto una riflessione più ampia sullo statuto contemporaneo dell’opera d’arte: qualcosa che non rappresenta, ma media; che non si impone, ma si lascia attraversare; che non promette chiarezza, ma una forma di trasparenza fragile, tessile, continuamente negoziata. Una trasparenza che, invece di rivelare tutto, ci costringe a fare esperienza del limite stesso del vedere.













