04 febbraio 2026

Alchimia Ginori: a Faenza la manifattura che diventa laboratorio di pensiero

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Al MIC di Faenza, "Alchimia Ginori. 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura" rilegge la storia di Doccia come un campo di sperimentazione continua, esplorando due secoli di ricerca estetica e scientifica

Gaspero Bruschi e Manifattura Ginori, Amore e Psiche, porcellana dal marmo antico nella Tribuna della Galleria degli Uffizi, 1748 circa, Sesto Fiorentino, Museo Ginori. "Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura", Installation view. MIC Faenza

Il Museo Internazionale Ceramiche di Faenza è una realtà sorprendente che prende un elemento tradizionalmente radicato nell’immaginario collettivo in una sua forma e lo declina attraversando geografie, stili ed epoche diverse, restituendo un’immagine piena di tradizione ma che quella stessa tradizione è capace di reinterpretarla e riscriverla. In questo contesto e con queste premesse si inserisce Alchimia Ginori. 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura, in programma al MIC fino al 2 giugno 2026, un racconto di quasi due secoli della manifattura Doccia a cura di Oliva Rucellai e Rita Balleri.

Il percorso comincia con un video che illustra la storia dell’azienda e i metodi di foggiatura e decorazione sviluppati e perfezionati nei secoli; si attraversa poi un allestimento che avvolge con un bianco luminoso, che tanto richiama quello della ceramica, e che è scandito a intervalli spezzati e non simmetrici. Un suo ritmo piacevole, ma anch’esso irregolare; e la mostra racconta proprio queste imperfezioni: errori, crepe, tentativi, scarti e ripensamenti, che accanto ai pezzi perfetti si fanno voci di una storia dentro la quale sembra di entrare a tutti gli effetti.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

Lo stesso titolo, “Alchimia Ginori”, evoca una continua trasformazione della materia attraverso il sapere tecnico e il progresso scientifico. La mostra mette quindi in dialogo porcellane monumentali e oggetti d’uso quotidiano, grandi sculture e “semplici” tazzine. La scelta curatoriale che emerge da questo disegno evita di isolare i singoli pezzi, costruendo invece un racconto in cui le opere Ginori sono lette come esito di un processo: l’attenzione si sposta così sul percorso che ne ha guidato la realizzazione, più che sulla loro consacrazione come capolavori autonomi. In quest’ottica, anche l’impianto espositivo non regolare sopra menzionato si innesta annullando ogni gerarchia e puntando un faro sull’oggetto e sulle sue quinte. Spesso esposti insieme ai capolavori firmati Doccia, infatti, sono anche i bozzetti in terracotta, o ancora i disegni preparatori, o i modelli sulle lastre di piombo.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

Il percorso ha inizio nella prima metà del Settecento, con la figura di Carlo Ginori, appassionato di chimica, che fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente alla ricerca della ricetta della porcellana. Un racconto che si snoda in diverse sezioni fino ad arrivare alla fine del XIX secolo.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

Uno dei nuclei più riusciti è senza dubbio quello dedicato alle grandi sculture in porcellana, dove il confronto tra i due gruppi di Amore e Psiche, oggi rispettivamente nelle collezioni del MIC Faenza e del Museo Ginori, permette di cogliere non solo le differenze formali, ma le difficoltà tecniche di una produzione che, fin dal Settecento, si misura con dimensioni e ambizioni fuori scala rispetto alle manifatture coeve, restituendo il carattere sperimentale della fabbrica di Doccia.

Accanto a questi episodi, la mostra dedica ampio spazio a ciò che solitamente resta ai margini: la serialità, la decorazione “minore”. Emblematica, in questo senso, la sezione sulla fornace a quattro piani, introdotta nel 1816. Qui, la storia della Ginori si intreccia con quella di una modernizzazione industriale che passa anche dalla razionalizzazione dei costi, dalla semplificazione dei motivi decorativi, da un’idea di bellezza compatibile con l’economia delle risorse.

Gaspero Bruschi e Manifattura Ginori, Amore e Psiche, porcellana dal marmo antico nella Tribuna della Galleria degli Uffizi, 1748 circa, Sesto Fiorentino, Museo Ginori

Particolarmente efficace è anche il capitolo dedicato al colore, che vede la tavolozza della porcellana diventare una mappa dei progressi della chimica tra XVIII e XIX secolo. La scoperta del cromo e l’uso dello zinco introducono nuove sfumature che modificano radicalmente il linguaggio visivo della manifattura, e il colore si fa conoscenza applicata.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

La gloriosa tecnica del lustro, lo smalto con riflessi metallici che rese celebri le maioliche rinascimentali, fu riscoperta invece grazie al chimico Giusto Giusti. Stimolato – si scoprì solamente dopo – da un falsario, Giusti riportò in vita la formula perduta; un successo che valse alla Manifattura Ginori un premio all’Esposizione di Parigi del 1855. Da qui nacque una nuova linea di maiolica artistica in stile rinascimentale, che conquistò importanti riconoscimenti internazionali. Dopo il successo alla mostra londinese del 1862, si comprese la necessità di modernizzare la produzione d’uso comune. Sotto la guida dell’amministratore Paolo Lorenzini, la manifattura investì in tecnologie all’avanguardia, assumendo maestranze francesi per introdurre le decalcomanie e la cromolitografia. Anche la fotografia rivoluzionò la decorazione: le immagini dei fratelli Alinari ispirarono nuovi soggetti artistici e permisero di trasferire fotografie direttamente sulla porcellana per creare souvenir e ritratti personalizzati.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

Con l’avvento del telegrafo e dell’elettricità, si aprì per la Ginori il nuovo mercato degli isolatori e questi “oggetti utili”, prodotti fin dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, vennero costantemente perfezionati. Nel 1898, l’ingegnere Guido Semenza li ridisegnò per la Richard-Ginori, unendo massima efficienza a un’estetica di forte risalto plastico, elevando un semplice componente tecnico a oggetto di vero design industriale.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

Ed è proprio questo punto di arrivo a contenere il riassunto di un’esposizione che si muove in bilico fra estetica e funzione, tra sapere tecnico e forma. Portando avanti la collaborazione avviata in occasione di Gio Ponti-Ceramiche del 2024 a Faenza, la mostra ha reso possibile la valorizzazione delle opere di Doccia mentre la sede storica di Sesto Fiorentino è chiusa per dei restauri.

“Alchimia Ginori. 1737–1896. Arte e tecnica in manifattura”, Installation view. MIC Faenza

Marco Corsini, Presidente della Fondazione Museo Archivio Richard Ginori, ha parlato di una mostra che «racconta la storia di imprenditori visionari, di ricerche e sperimentazioni coraggiose di committenze esigenti e volubili e di una comunità di artisti, scienziati e artigiani che con il loro talento e le loro capacità hanno trasformato il piccolo borgo di Doccia in un punto di riferimento a livello mondiale per l’arte e la tecnica della porcellana. Ma racconta anche qualcosa del Museo Ginori che verrà: un contenitore di bellezza che non finisce di sorprendere e una miniera inesauribile di storie in gran parte ancora da raccontare», mentre la capo-conservatrice del Museo Ginori, Olivia Ruccellai, ha affermato: «Spesso, dietro a un certo impasto, al colore di uno sfondo o a una particolare forma che oggi ci appaiono scontati ci sono scoperte, invenzioni, ricerche e fallimenti di cui non siamo consapevoli. Questa mostra è un invito a leggere la storia della Manifattura Ginori anche attraverso queste conquiste».

Manifattura Ginori, Tête-à-tête a guscio d’uovo con ornati in oro a rilievo, porcellana, 1861 circa, Sesto Fiorentino, Museo Ginori

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