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…dove tu stai, anche io sarò: Giuseppe Pietroniro in mostra a Bologna
Mostre
La prima personale di Giuseppe Pietroniro presso Labs Contemporary Art di Bologna instaura un dialogo tra visione e linguaggio che attraversa l’intero progetto espositivo. Si configura come un intervento unitario pensato appositamente per lo spazio della galleria, dove delle forze invisibili orientano l’esperienza del visitatore, invitandolo a muoversi all’interno della mostra seguendo traiettorie non completamente prevedibili.
Giuseppe Pietroniro immagina la galleria come un foglio di carta. In questo spazio il testo entra nell’ambiente espositivo non solo come apparato critico, ma come parte integrante dell’esposizione. Lungo l’intero percorso si sviluppa infatti il testo della curatrice Giuliana Benassi, tratto dalla raccolta di racconti Sibillina, entrando fisicamente nello spazio e inserito tipograficamente sulle pareti. Questo intervento agisce come un racconto che dialoga con le opere e ne amplifica le possibili letture, diventando parte della scenografia stessa della mostra.

L’artista costruisce la mostra come un ambiente in cui opere concorrono a generare un metalinguaggio che accompagna il visitatore nella lettura, aprendo livelli di significato e suggerendo metafore senza mai chiuderle in un’interpretazione definitiva.
Ad abitare questi spazi già all’ingresso della mostra, un piccolo uccellino imbalsamato si specchia nell’opera Codirosso (2026) introduce proprio questa dimensione: un corpo fermo che tuttavia allude a un volo possibile, a una traiettoria ancora immaginabile. Questa idea di movimento trova una metafora nel fenomeno delle migrazioni degli uccelli, che si inseriscono nelle correnti d’aria costruendo percorsi che non sono completamente prestabiliti, ma che si definiscono nel movimento stesso.
A questa presenza si affianca l’opera Anvil (2026), in cui compare un’incudine che comunemente è simbolo di forza e di resistenza, strumento utilizzato per modellare il ferro, qui appare alleggerita e svuotata del suo peso originario. Su di essa si posa una farfalla, ulteriore figura imprevedibile, il cui volo non segue una logica razionale. Le pareti diventano invece superfici di disegno attraversate da sottile grafite che si muove senza un controllo prospettico rigido, con Tutti in uno (2026) la linea si espande fino a sfondare le coordinate architettoniche e costruendo un ambiente instabile in cui lo sguardo è continuamente costretto a rinegoziare la propria posizione. Elementi minimi, come il movimento dell’aria generato da un ventilatore modifica impercettibilmente l’ambiente, ricollegandosi nuovamente alle correnti che guidano il volo.

Il disegno rappresenta uno dei nuclei fondamentali della ricerca di Pietroniro e il primo contatto con il mondo, uno strumento attraverso cui il pensiero prende forma. Nei disegni su carta cotone l’artista realizza una sorta di “fotocopia manuale” di collage precedentemente composti, costruendo ambienti impossibili e combinazioni surreali di frammenti che, tuttavia, mantengono una loro plausibilità nella dimensione dell’immaginazione. Le stratificazioni di immagini e le giustapposizioni diventano strumenti archeologici di indagine sulla percezione. La mostra si sviluppa così come una vera e propria messa in scena. Non a caso la formazione scenografica dell’artista emerge nella costruzione delle stanze come le opere pittoriche della serie Modulo pinto (2026), in cui campiture cromatiche seguono partiture geometriche suggerendo possibili ambienti sghembi e instabili. Qui la pittura si comporta come un dispositivo di dispersione delle traiettorie spaziali, moltiplicando i punti di vista e spingendo lo spettatore a rinegoziare continuamente la propria posizione.
Nel lavoro di Pietroniro emerge anche una consapevolezza costante dell’errore. «Sono sempre al confine con il fallimento», afferma l’artista. In questa soglia instabile l’errore smette di essere una deviazione e diventa un campo di apertura dove sperimentare e prendere direzioni inattese, come il volo di una farfalla.










