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Joseph Kosuth a Venezia: il linguaggio tra oggetto e contesto
Mostre
di Zaira Carrer
Joseph Kosuth (nato nel 1945) non ha certo bisogno di presentazioni: padre dell’Arte Concettuale, dirompente — nel senso più produttivo del termine— per natura; è lui a introdurre per la prima volta l’idea che l’arte, per dirlo con le sue parole, «non sia una questione di forme e colori, ma di produzione di significato». Un’affermazione che oggi suona quasi ovvia, ma che negli anni Sessanta ha operato una frattura irreversibile nel modo di fare e di comprendere il campo artistico.
Le presentazioni, poi, si fanno ancora più superflue a Venezia, città di cui Kosuth ha fatto casa propria e in cui ha lasciato, fisicamente, il proprio segno. È suo, infatti, il primo — e unico — neon installato permanente su una facciata veneziana: The Material of Ornament, esposta alla Fondazione Querini Stampalia dal 1997. Sono inoltre ben otto le edizioni della Biennale Arte a cui Kosuth ha partecipato, tra cui quella del 1993, quando, rappresenta l’Ungheria e riceve una menzione d’onore.

Proprio Venezia, ora, gli dedica un’elegante esposizione, negli spazi della Casa dei Tre Oci, sull’isola della Giudecca. La personale, presentata da Berggruen Arts & Culture e Berggruen Institute Europe è curata da Mario Codognato e Adriana Rispoli e prende il titolo, alquanto programmatico, di The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero (“Il-valore-di-scambio-del-linguaggio-è-sceso-a-zero”).
Proprio il linguaggio, infatti, è da sempre centrale nella pratica di Kosuth e ritorna anche qui come fulcro concettuale del percorso. Ma, come suggerito dal titolo, nell’attuale ecosistema mediale, dominato dalla proliferazione delle immagini e dall’automazione semantica delle intelligenze artificiali, le parole sembrano aver perso il loro peso specifico, il loro valore di scambio. È in questa ambiguità che la mostra si inserisce, rileggendo lavori storici alla luce di una condizione contemporanea.

Tra questi, le ormai celebri Proto-Investigations, in cui Kosuth affianca un oggetto comune — indimenticabile l’esempio della sedia — alla sua fotografia e alla sua definizione. In mostra è presentata One and Three Mirrors (1965), che introduce una variazione decisiva: lo specchio. Riflettendo lo spettatore e l’ambiente circostante, l’opera rende esplicita la natura relazionale del significato, riprendendo le indagini di Ludwig Wittgenstein, secondo cui esso emerge sempre dall’uso, dal contesto e dalla situazione.
Questa instabilità semantica si ritrova anche in lavori come Text/Context (1978–1979), inizialmente concepita per il Van Abbemuseum di Eindhoven. L’opera nasce per esistere simultaneamente in due condizioni: nello spazio pubblico, sotto forma di cartellone pubblicitario, e nello spazio museale, come carta da parati. È proprio questa traslazione a generare un importante slittamento: il significato non è mai fisso, ma si modifica in base al luogo che lo ospita, costringendo lo spettatore a confrontarsi con i dispositivi culturali che lo producono.

Allo stesso modo, altre opere storiche come The Fifth Investigation (1969), Where Are You Standing? (1976) e il neon bianco One and Eight – A Description (1965) continuano a interrogare il linguaggio nella sua dimensione materiale, trasformando le parole in oggetti e gli oggetti in enunciati.
Questo filo concettuale si estende fino alla produzione più recente, trovando una sintesi nell’installazione site-specific commissionata per la mostra. Intitolata A Chain of Resemblance, l’opera al neon accoglie il visitatore al piano terra, avvolgendolo in una trama luminosa che riprende un passaggio di Michel Foucault, rielaborato dall’artista. Qui il mondo appare come una catena di corrispondenze, un sistema di relazioni interspecie in cui ogni elemento rimanda a un altro secondo una logica di somiglianza e contiguità. Acqua, terra e cielo si intrecciano così in una continuità semantica e visiva, trasformando il linguaggio in esperienza spaziale.













