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Nella pittura di Gulistan le immagini fioriscono come in un giardino
Mostre
C’è una soglia, nell’allestimento museale concepito per la mostra Time Garden, visitabile fino all’8 aprile alla GNAMC – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, oltre la quale lo spazio attenua la propria funzione ordinatrice per farsi ambiente mentale. Le opere si dispongono per stratificazioni e lente emersioni. Nella pittura di Gulistan, artista attiva tra Pechino e l’orizzonte internazionale, si avverte una tensione costante tra sedimentazione e attraversamento. Il nome stesso dell’artista, che significa “giardino di rose”, è una chiave di lettura in grado di orientare l’intero progetto.
Affidare al mondo il compito di esprimere memoria e trasformazione implica una concezione dello spazio come archivio vivente. Si avverte una temporalità che cresce per accumulo, vicina alla durée di Henri Bergson e a quella immaginazione della materia cara a Gaston Bachelard, dove ogni forma naturale custodisce una dinamica interiore.


La mostra, curata da Gabriele Simongini per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, e visitabile fino all’8 aprile 2026, si articola come una geografia mobile, delineata idealmente lungo la Via della Seta. Più che un riferimento storico, diventa un dispositivo culturale: una trama di scambi, migrazioni e trasmissioni che informa in profondità la ricerca dell’artista.


Nelle serie Fragments of Time, The Nature of Memory e Memory of the Portraits, la pittura si apre come superficie di passaggio. Le suggestioni provenienti dai cicli murali di Dunhuang — con i loro pigmenti minerali e la loro qualità atmosferica — si intrecciano con una sensibilità che guarda alla tradizione europea, mediterranea. Si genera un campo di coesistenze sempre in bilico tra differenti regimi di visibilità.


La sospensione tremula di Giorgio Morandi e la dinamica di Umberto Boccioni affiorano come eco lontana, contribuendo a costruire un lessico che privilegia l’indeterminazione, la soglia. Emerge una pittura che predilige l’incompiutezza: le figure rarefatte, colte in uno stato di apparizione, sembrano affiorare e ritirarsi nello stesso tempo, quali lasciti di memorie iconografiche.


Come suggerisce Simongini, si tratta di un’indagine della forma nel suo farsi instabile, dove l’immagine non è mai pienamente data ma continuamente in procinto di affiorare.
L’impressione è quella di passeggiare in un paesaggio interiore, o meglio in un giardino del tempo.










