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Nell’arte poetica di John Giorno la metrica è la misura del nostro corpo
Mostre
Scrittore e performer queer, poeta attento dedito alle operazioni interne di linguaggio, ma anche buddista tibetano di tradizione Nyingma, come amava definirsi, John Giorno è ancora oggi uno dei maggiori interpreti di quella scena artistica newyorkese che tanto ha avuto peso nel riempire le nostre aspirazioni e il nostro stesso immaginario, tra cultura pop, riflessione e inclusione dei media nel nuovo canone estetico, segnando anche la nascita della pratica della performance.

Superstar già nel film Sleep di Andy Warhol del 1963, e sodale di artisti come Keith Haring, Robert Rauschenberg e Jasper Johns, William S. Burroughs ne descrive la prassi poetica come «Litanie, provenienti dai recessi della mente, riverberano in testa e arrivano dritte nell’emisfero non dominante del cervello, nei pensieri reconditi (non si sa molto di quel che succede là dentro), e rendono ventriloqui i nostri stessi pensieri». O ancora: «Le poesie di John sono intense e create per essere lette ad alta voce in quanto parte di una performance rivolta a un pubblico», bellezza e orrore che giocano sulla pelle stessa della metropoli come sulla superficie speculare della mente primordiale, così priva di forma…tanto che ora sta a noi «Beccarci il virus».

Introduzione alla pratica di Giorno da parte di Burroughs, e che lui stesso vorrà completare con «Odio la poesia, ma amo i poeti che sudano», frase rivoltagli dal pubblico a seguito di una sua performance, che sembra ben anticipare la prima retrospettiva completa del suo lavoro in ambito nazionale. Tra corpo, voce, immagine e parola, John Giorno: The Performative Word, dal 5 febbraio al 3 maggio 2026 presso la Sala delle Ciminiere del museo MAMbo di Bologna, si presenta come occasione di proposta e sperimentazione su temi sentiti e ancora di grande attualità, in linea con il substrato culturale di una città ospitante che, da tempo, ha fatto suoi gli ideali di relazione civica, incontro con l’altro e attivismo.

Curata da Lorenzo Balbi all’interno del programma di ART CITY Bologna 2026, evento promosso dal Comune di Bologna e con il sostegno di BolognaFiere, l’esposizione ripercorre l’approccio multiforme di Giorno anche tramite una ricca riproposta di materiali d’archivio selezionati da Nicola Ricciardi con la collaborazione di Eleonora Molignani e l’allestimento progettato da EX. (Andrea Cassi, Serena Giardina e Michele Versaci). Epicentro ne è poi Dial-A-Poem, opera interattiva e quasi incorporea che la mostra cerca di rappresentare tramite la messa in scena di un approccio immersivo e fortemente caratterizzato dalla relazione con lo spazio, dove l’ambiente diventa nuova piazza di scambio, improntato così a un contatto intimo con lo spettatore.

Partendo con la serie di tele Perfect Flowers, anch’essa piena di riverbero nel ritmo e nella dimensione alterna delle parole e nei versi scelti e sintetici stesi su tratti di colore acceso, la mostra chiude circolarmente con i Vinyl Paintings dell’89, con testi in bilico tra lo slogan e il mantra buddhista, i Black & White Paintings, avviati a partire dal 2010, e i Rainbow Paintings a sostegno della comunità LGBTQIA+. In mezzo l’iconica presentazione nella Sala delle Ciminiere, croce e delizia nelle intenzioni del suo curatore, concepita come grande navata o spazio in cui concentrare le opere di maggior attrazione sul piano allestitivo.

Qui due lunghe tavolate bianche sono disposte al centro della sala per mettere a disposizione dello spettatore nient’altro che un vecchio apparecchio telefonico, con relativo numero da comporre. A rispondere dalla cornetta grigia è un componimento poetico di cui non è possibile prevedere la sequenza, incontro fortuito e occasionale all’interno di quelli degli autori coinvolti.

Avviato nel 1969 e presentato alla mostra Information del MoMA di New York nel 1970, Dial-A-Poem raccoglie fin da subito le adesioni della scena artistica più radicale, politica e letteraria: dal già citato Burroughs, a Allen Ginsberg, Patti Smith, John Cage, Laurie Anderson, e finirà per comprendere 282 registrazioni di ben 132 autori. Progetto esteso all’adesione e alle versioni di altri Paesi, Francia, Messico, Brasile, Tailandia, Svizzera e Hong Kong, tutti presenti in mostra con i relativi recapiti e apparecchio dedicato, Dial-A-Poem presenta oggi la versione italiana, con oltre 30 poeti contemporanei selezionati da Caterina Molteni, e il cui ascolto può avvenire in modo casuale a seguito del numero +39 051 0304278, attivo 24 ore su 24 anche all’infuori dell’esposizione.

Manifestazione diretta dell’attivismo di Giorno nel coinvolgimento di una comunità ampia e trasversale, questo progetto, che pure conteneva discorsi della controcultura e proteste dirette contro la guerra, concepito all’interno più vasto programma di contatti del Giorno Poetry Systems, sarà affine al successivo impegno nel Treatment Project, organizzazione no-profit scaturita dalla pandemia di AIDS negli anni Ottanta, adatta a raccogliere fondi a sostegno degli ammalati e promuovere consapevolezza. Come nella video-installazione proposta in mostra dal compagno di Giorno, Ugo Rondinone, che mette il poeta in scena nella recita tutta in B/N di THANX 4 NOTHING.

Ancora non possiamo che avvertire il respiro, il corpo, il suo, il nostro, la metrica che si fa ritmo cardiaco, nel sali e scendi di un inno alla vita, alla morte, al suicidio, ai diritti di una comunità oggi LGBTQIA+, e a proposito dell’ipocrisia moderna. La poesia di un’America che ci piace ricordare e forse provare ancora a rincorrere, anche quando a svoltare e scivolare sempre più in fretta sino all’a capo successivo non è più la sola pagina dei versi, ma quella, più ampia, della Storia.












