-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Per Agnieszka Kurant, l’algoritmo è materia d’arte: la mostra a Napoli
Mostre
Dove finisce l’arte e dove comincia la scienza? Sebbene il confine tra le due categorie potrebbe sembrare distante, nella mostra Variontology di Agnieszka Kurant, in esposizione negli spazi napoletani della Galleria Lia Rumma, il limite appare sfumare in un rapporto di simbiotica quanto sperimentale osmosi. L’artista polacca, nata nel 1978, entra nella scuderia della galleria con un progetto espositivo in continuità con quel filone di ricerca che fa ricorso a strumenti e metodologie di carattere tecnico-scientifico. Ovviamente tutta, o quasi, l’arte, da quella antica a quella contemporanea, contiene in sé un principio di scientificità che, solitamente, trova il proprio corrispettivo riferimento nelle tecniche dei materiali. Se, come diceva Pitagora, «Tutto è numero», allora si possono trovare delle varianti scientifiche anche attraverso l’arte.
In questo caso, però, Kurant non cade nell’errore di vedere nello stesso processo scientifico, seppure in divenire, l’aspetto artistico, ma manipola la materia come una regista, giocando sulla natura variabile della biologia dei sistemi. Uno studio che combina le interazioni complesse a livello molecolare e cellulare attraverso modelli computazionali che hanno il compito di fare luce sui processi vitali nel loro insieme, evidenziando l’importanza dell’interdipendenza e dell’adattamento.
Nella pratica di Kurant si insinua poi il fascino spesso magnetico che alcune opere non solo trasmettono ma che, anzi, sembrano subire da retaggi arcaici dal valore fortemente segnico, ricordando l’importanza di un linguaggio universale che non conosce età, come nella serie Adjacent Possible, esposta nella prima sala della galleria, in cui realizza una serie di pitture murali nate dalla fusione tra le più antiche pitture paleolitiche, datate tra il 40mila a.C. e il 14mila a.C., e l’intelligenza artificiale. Applicando un algoritmo di Intelligenza Artificiale a un archivio di migliaia di iterazioni di 32 segni grafici, l’artista ha così generato dei nuovi segni natii, che sembrano una possibile evoluzione ibrida del linguaggio contemporaneo.
Se Napoli ha una storia che affonda le proprie radici nell’alchimia esoterica, Kurant riunisce questa pratica laboratoriale e sperimentale in Chemical Garden (2021-2025), un incubatore in cui fa coesistere liquidi e sali di metalli, utilizzati come componenti nella costruzione di computer, per far crescere formazioni cristalline inorganiche simili a piante o organoidi che poi fotografa e su cui interviene pittoricamente, nella serie Nonorganic life.

In altri casi, invece, si avverte la volontà di creare ponti visionari che pongono dubbi e domande sull’imminente futuro, ormai presente, popolato da intelligenze che, seppur create dall’essere umano, sembrano destinate ad acquisire un’indipendenza che, se non propriamente autoriale, pure riflette su un autonomia databasica. È forse il caso di Semiotic Life (2022-2025), in esposizione nella seconda sala, in cui si vede un meraviglioso bonsai di ginepro di 62 anni lottare in un confronto visivo tête à tête con la sua versione in 3D. L’idea di scegliere proprio un albero non geneticamente nano ma noto per essere coltivato in vaso e regolarmente potato proprio per controllarne la crescita, fa immaginare delle legature invisibili non più in metallo ma che in futuro potrebbero scolpirne la forma perfetta dall’interno.

Nella sua ricerca, Kurant esplora in maniera critica anche alcune tipologie di materiali: nella terza sala padroneggiano due sculture – Post-Fordite (2025) – composte in fordite o “agata di Detroit”, un materiale che paradossalmente sta diventando prezioso, nonostante sia costituito da migliaia di strati di vernice automobilistica accumulati e fossilizzati nel corso dei decenni, perché viene lavorata come una gemma preziosa da ex lavoratori di fabbriche ormai chiuse, che poi la rivendono a prezzi maggiorati in quanto risorsa in via di esaurimento.
Nelle ultime due sale, separate fisicamente solo da una parete di cartongesso, Kurant sceglie di esporre la serie di sculture levitanti – Air Rights (2025) -, tre meteoriti sospese in un campo elettromagnetico, che “sentono” i movimenti o la voce dei visitatori e “simulano” il precario equilibrio che attanaglia il mercato degli “air rights”, tramutando il cielo da bene comune a proprietà di oligopolisti.

Dall’altra parte, nella saletta attigua, un’unica scultura, Sentimentite (2022), fonde in sé una serie di oggetti utilizzati nel tempo come valute, tra cui conchiglie, perline, denti di balena, sale, mais, tè, sapone, sigarette, batterie, caramelle, detersivo, schede telefoniche, francobolli e rifiuti elettronici. Anche in questo caso, l’artista per realizzare l’opera ha collaborato con diversi scienziati per raccogliere, con l’ausilio di algoritmi di analisi del sentimento, dati da centinaia di migliaia di post su Twitter e Reddit relativi a recenti eventi storici, come, tra gli altri, il disastro nucleare di Fukushima, la Brexit, la Primavera Araba, la pandemia, l’atterraggio del rover su Marte, l’ascesa vertiginosa del Bitcoin. Tutte queste emozioni digitali hanno prodotto anche cento frammenti di Sentimentite convertiti poi in NFT ed esposti in loop insieme al nuovo minerale creato.
Con questa mostra e, in generale, con la sua ricerca, Kurant sembra voglia suggerire la possibilità reale – ormai necessaria – di una convivenza tra il mondo come lo abbiamo conosciuto e quello che stiamo conoscendo ora, in costante trasformazione. Un invito, forse, a conoscerlo davvero, partendo proprio da quelle radici comuni che, non sempre, sono a vista.










