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Alle 3:17 è già mattino, nonostante il sole non sia ancora sorto. Quanto può essere sfortunato qualcuno costretto a svegliarsi persino prima del sole? Molto, ma probabilmente meno di chi si desta, si rende conto di avere il tempo di tornare sotto le coperte ma scopre – suo malgrado – che il sonno non vuole più saperne di tornare.
Numerose sono le vittime di questa forza esterna e opprimente, che entra con prepotenza e si rifiuta di togliere il disturbo: uno sciame di pensieri che si insinua nella mente senza lasciarla riposare. Si pensa subito all’insonnia, perché è facile accusare un fenomeno conosciuto; più raramente, però, ci si domanda cosa davvero la provochi. La verità spesso si nasconde proprio in quella zona oscura dalla quale la ragione tende a tenersi a distanza. È lì che agisce il Duende.
A lui vengono imputate le spiacevoli notti in bianco, senza che gli venga mai riconosciuto il genio che spesso le accompagna. I suoi miracoli vengono attribuiti alle muse e agli angeli, perché è più conveniente associare l’ingegno a figure auliche, nobili e luminose, mentre il duende resta confinato nell’ombra: colpevole del male, ma mai riconosciuto come autore della grazia. Del resto, il dolore non gode mai di buona reputazione.

Eppure questa figura ambigua e misteriosa non è altro che il vero spirito dell’artista. Intendiamoci: non la sua idealizzazione antiquata, bensì una creatura che si risveglia attraverso il conflitto interiore, che non rispetta le regole dell’intelletto e si muove rifiutando i comandamenti della tecnica, guidata da una spontaneità autenticamente irrazionale.
Nella personale di Lucia Leuci, Le 3:17, in mostra fino al 4 luglio presso la Galleria Eugenia Delfini, gli “Scettri” appaiono come presenze sottili e sospese, forme che ricordano corpi stilizzati.
Le opere nascono dall’assemblaggio di diversi elementi vegetali raccolti dall’artista e successivamente fusi in bronzo: rami di limoni, mandorli, ciliegi, ulivi e cedri, insieme a foglie di ailanto e rose essiccate.

Le teste che completano le opere instaurano invece un dialogo con la tradizione figurativa classico-religiosa, pur mantenendo un tono straniante. I volti, sebbene angelici, non evocano infatti un immaginario salvifico o devozionale, ma presenze ambigue, sospese tra innocenza e inquietudine: figure infantili vulnerabili e al tempo stesso enigmatiche.
Queste forme non vengono trattate dall’artista come semplici oggetti o strumenti, nonostante il titolo possa suggerirlo. In esse si percepisce una relazione quasi affettiva con la materia: la meticolosa cura del dettaglio non deriva soltanto da una disciplina rigorosa, ma soprattutto da una volontà delicata e premurosa, che ricerca la bellezza non per apparire agli occhi degli altri, bensì per un piacere quasi ludico del decorare e del “far apparire”, simile a quello dei giochi infantili o al gesto di truccare qualcuno per affetto e divertimento, senza finalità seduttive o rappresentative, ma secondo un gusto libero, personale e persino eccedente.
Non a caso, su queste superfici vengono applicati ombretti, ciprie e leggere sfumature cromatiche: elementi ricorrenti nel linguaggio di Leuci, insieme all’utilizzo di perle, conchiglie e bottoni, che da piccoli tesori da merceria si trasformano in dettagli preziosi capaci di arricchire le composizioni.

L’infanzia assume così, nel linguaggio dell’artista, una dimensione ironica e perturbante, allontanandosi dalla sua consueta immagine rassicurante per sconfinare in un territorio più ambiguo, attraversato da fragilità, perdita e trasformazione.
In questo spazio sospeso tra gioco e inquietudine, Lucia Leuci costruisce un immaginario che rifiuta ogni lettura univoca. Le sue opere sembrano emergere proprio da quella zona oscura evocata all’inizio: un luogo in cui il disagio si trasforma in intuizione, il folklore in visione e l’ornamento in linguaggio emotivo. Le 3:17 diventa così non soltanto l’orario di un episodio di insonnia, ma una soglia simbolica, il momento fragile ma potentissimo in cui il pensiero smette di appartenere alla razionalità e lascia spazio al duende.














