10 novembre 2004

fino al 31.I.2005 Damien Hirst Napoli, Museo Archeologico

 
Dallo choc allo chic. Dalla mitica Sensation alla consacrazione nei musei. Da enfant terrible del Regno Unito a genio universalmente riconosciuto. Animali squartati in formaldeide, ali di farfalla, migliaia di pillole e molto altro...

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L’intero jet set internazionale si è dato appuntamento nelle sale del Museo napoletano per celebrare il fenomeno dell’arte inglese: Damien Hirst, ex-enfant terribile paragonato addirittura a Caravaggio (che sempre a Napoli è protagonista in questi giorni per una mostra esclusiva a Capodimonte), ha portato qui la maggior parte delle opere che lo hanno reso celebre nei favolosi Anni Novanta.
Si sa, il richiamo del sensazionale è più forte di qualsiasi dimostrazione di intellettualismo e le opere di Hirst non si negano certo al fascino perverso della provocazione: un esempio recentissimo è Adam and Eve Toghether at Last, una coppia di cadaveri appena coperti dal lenzuolo di rito racchiusi in una grande teca museale. L’arte è morta? E allora la morte è arte. Il suo richiamo simbolico raggiunge il pubblico più ampio e riaccende l’interesse mediatico, raccogliendo una folla di curiosi che sembra muoversi come dietro al richiamo di una pop star.
damien hirst DEVOTION, Butterfly Wings, household gloss paint, on canvas mounted on plywood stretcher, 96.1x60.2inches (2440x1530mm) portrait oval
Le enormi teche in vetro, le ampolle, le bacheche sono la quinta sceniga di un museo degli orrori, riempiono tutto lo spazio, racchiudono esemplari interi o sezionati conservati in formaldeide, scheletri improbabili, reperti del gabinetto di anatomia, larve di mosche che stanno per schiudersi nella testa appena recisa di una vacca (A Thousand Years 1990, montata in mostra nel centro di una sala costellata alle pareti dai noti quadri a puntini colorati. In quello che probabilmente è il passaggio più intenso di tutta l’esposizione). Variazione infinita di uno stesso orrore, come mimesi di eternità, creazione e distruzione eterna e folle, fissa in un attimo esploso, in un incubo ripetuto e senza risvegli.
damien hirst THE ACQUIRED INABILITY TO ESCAPE 1993
Venerato negli anni ’90 per la capacità di raggruppare intorno a sé gli artisti inglesi della sua stessa generazione che poi hanno dato vita a mostre come Sensation, Hirst confessa tranquillamente di essersi ispirato a Rembrandt e Bacon. Quando si cimenta con la pittura il risultato è una composizione delicata fatta di ali di farfalle disposte in un geometrico mandala o nel sacro disegno di una vetrata di cattedrale, illuminata dal bagliore iridescente del colore di centinaia di piccole ali strappate agli insetti e inserite su un fondo dipinto. Visione poetica o scaltra operazione di mercato per offrire ai moltissimi collezionisti qualcosa di meno shockante di un animale squartato? La mostra fa l’altalena con la vita e con la morte: alla ricerca continua del punto dove la morte comincia e la vita finisce, con la convinzione che la morte in realtà non esista, che si può cercarla e non trovarla, come lo squalo in vasca di The Phisical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living.damien hirst, HYMN, acrilico su bronzo 585x330x202 cm. ANNO 2000
Lo stimolo di partenza è assolutamente estetico, non sociologico o intellettuale. Un’estetica puntuale della decadenza che contempla il lento disfarsi della materia come un fato. Che poi può quasi sempre essere allontanato nel suo orrore dall’analisi meticolosamente scientifica dell’uomo. The Pharmacy il locale, ristorante, luogo di ritrovo inaugurato e poi chiuso da Hirst a Londra (e recentemente passato all’incanto nella capitale inglese a cifre da guinness), sembra rispondere a questa esigenza: come la serie infinita di scaffali alle pareti ricoperti di avvenenti pillole multicolori e confezioni di tutte le forme e dimensioni, il nostro sancta sanctorum quotidiano, la nostra preghiera e il nostro esorcismo a cui ci affidiamo senza neppure più tanta convinzione.
L’artista vuole porsi consapevolmente come un distruttore tanto delle certezze spirituali quanto delle idee che si credono eterne e sono destinate a morire con noi, a diventare solo scheletro. Uno scomodo scheletro nell’armadio o nella bacheca di vetro di un museo.

maya pacifico


Damien Hirst – Il tormento e l’estasi
A cura di Eduardo Cicelyn, Mario Codognato e Mirta d’Argenzio
Napoli, Museo Archeologico Nazionale
fino al 31.I.2005
Piazza Museo 19
Numero verde 848800288, dai cellulari 0639967050
Tutti i giorni ore 9.00 – 19.30; chiuso il martedì
Catalogo pubblicato da Electa Napoli € 35
Organizzazione: Civita
e- mail izzo@civita.it
La mostra fa parte del circuitocampania>artecard


[exibart]


9 Commenti

  1. Non è uno dei miei artisti preferiti, ma la mostra è bella e vale la pena di vederla. Carino Hirst che ha firmato e disegnato tanti inviti all’opening, sul mio ha fatto un teschietto.

  2. Non andrò mai a vedere la mostra di questo necrofilo. Non l’ho mai considerato veramente un artista, solo un ottimo public relation man che sfrutta la sopresa e lo scandalo dei ben pensanti per arricchirsi a dismisura.

  3. ah-ha! Allora eri tu quello che vomitava! Eppure quell’acquetta di sentina colorata che spacciavano per coktail non sembrava tanto alcolica

  4. Certo che fin che ci saranno giornalisti/critici d’arte che presentano così i lavori degli artisti:

    “Le enormi teche in vetro, le ampolle, le bacheche sono la quinta sceniga di un museo degli orrori, riempiono tutto lo spazio, racchiudono esemplari interi o sezionati conservati in formaldeide, scheletri improbabili, reperti del gabinetto di anatomia, larve di mosche che stanno per schiudersi nella testa appena recisa di una vacca…”

    Come possiamo pretendere che la gente si avvicini all’arte in modo spontaneo e in maniera non pregiudizievole?
    Perché bisogna sempre e comunque fare scandalo e sensazionalismo quando si scrive?
    lo “scandalo” di Hirst non è “furbo”, non è mediatico, non è negli oggetti che espone (finiamola di scandalizzarci per la morte o per le immagini associate a questa! a me fa più “paura” un artista che dipinge campi di fiori in modo mediocre e che vende quadri a centomila euro che un artista che espone una testa di vacca…) ma è nelle idee che ci vuole comunicare, nelle visioni di un altro mondo che è in grado di farci osservare, è nel modo in cui le opere di Hirst ti cambiano la giornata o, se si è fortunati, la vita.

    Se volete capire veramente la poetica di Damien Hirst vi consiglio di leggere il libro che consiglia exibart “Manuale per giovani artisti. L’arte raccontata da Damien Hirst”.

  5. mi rivolgo a tutti i commentatori,
    oltre che giornalista sono critico d’ARTE E IN QUANTO TALE CONOSCO BENE IL SISTEMA DELL’ARTE “da dentro”, posso quindi parlare di Damien Hirst con cognizione di causa:questa al museo archeologico non era certo la prima mostra di Hirst che vedevo. L’ho già stroncato più di 10 anni fa quando nessuno aveva avuto il coraggio di farlo, subito dopo le critiche gli sono piovute addosso, meritatamente e da parte dei critici più affermati del pianeta. Il motivo, per me, è stata una mostra scioccante che ho visto a New York, in cui sparava senza sosta contro il cadavere di un cane morto all’interno di una famosissima galleria. Non sono un’animalista ma l’ho trovata davvero rivoltante, e credetemi sono abituata a vederne di tutti i colori, senza scandalizzarmi più di tanto. IL GESTO l’ho trovato veramente gratuito e mirato a creare più che altro “sensazione” e ho quindi invitato Hirst ad avere il coraggio di prendersela con se stesso anzichè con un povero cane che non poteva difendersi: L’allora direttore della più nota rivista d’arte italiana mi invitò a riscrivere l’articolo, anche perchè sua moglie aveva invitato Hirst alla Biennale di Venezia. Io non ho riscritto l’articolo ed è stato pubblicato così com’era, nonostante le proteste di noti collezionisti napoletani che avevano speso “una barca di soldi” per comprare Hirst. In questo caso l’articolo è stato invece riscritto, e non da me; infatti “sceniga” non è un mio errore… Il mio articolo originale era sicuramente più polemico e più “tagliente”…

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