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Un museo diviso per stanze, come in una villa. Una location dove entrano alcuni pezzi, alcune storie, tanti particolari e frammenti. É il museo immaginato. Da oggi però esiste realmente ed è raccolto, e in qualche modo visitabile, attraverso il nuovo libro di Philippe Daverio, il famoso conduttore di Passepartout, ex assessore alla cultura del comune di Milano, noto esperto d’arte dall’abbigliamento mitteleuropeo e i perenni occhiali tondi e vistosi e amico di numerosi galleristi e mercanti, uno su tutti Jean Blanchaert. Una sorta di opera strettamente personale sulle orme di André Malraux, che pubblico subito dopo la fine della Seconda Guerra un suo “Museo Immaginario” a partire dalla volontà di dare una giustificazione alla comune presenza all’interno di un museo di opere tra loro antitetiche per modalità di creazione, per funzione e qualità ma riunite sotto la grande denominazione arte, una modalità di trascendere i secoli, un impulso irresistibile alla creazione. Quello di Daverio non un saggio critico e nemmeno “prezzolato” ma una critica attuata attraverso e sull’idea di collezione personale. Non una ricerca sulla pittura ma le parole rivolte verso i quadri, gli autori, nella necessità di muoversi in questa ideale villa neoclassica passando, ritornando e doppiando tutte le stanze, dal salone ai bagni uscendo nel giardino e tornando in cucina, dove è prevista una carrellata di opere che trattino solo di temi alimentari e culinari. Il “Museo Immaginato” forse è un po’ un esercizio di stile, ma di certo sono numerosi i passaggi acuti nella storia e nel racconto delle opere. Un museo per chi ama l’arte e per chi la frequenta ma anche una sorta di antologia senza troppi ordini cronologici o alfabetici ma che ripercorre le passioni, le tensioni e le poetiche di chi è riuscito, in qualche modo, a raccontare un punto di vista sull’arte in maniera semplice e gradevole, attraverso quel buco nero di idee e stile che è la televisione. (marianna agliottone)















Complimenti a Philippe, che ha realizzato, pur se in modo “casereccio”, una idea che dal millennio scorso avevo in mente: cioè un libro con le immagini delle opere secondo me più valide e siugnificative che avrei intitolato Il Museo immagine del ‘900.