20 gennaio 2013

L’intervista/Tania Bruguera Ora dialogo con i politici

 
L'artista cubana, una delle più radicali performer internazionali, ha curato a Cosenza la prima edizione del festival Viva Performance Lab. In questo incontro ci racconta l'evoluzione del suo lavoro, passato da azioni simboliche a proposte che vogliono avere una operatività politica. Perché «l'arte è un agente della trasformazione sociale», spiega. E alla fine del percorso può esserci un partito politico, come sua "ultima opera"

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Ci siamo incontrati con l’artista cubana Tania Bruguera a Cosenza, in occasione di Viva Performance Lab, il Festival Internazionale della Performance, che ha curato con Cristiana Perrella nella città calabrese e che si è tenuto a dicembre 2012. Partiamo da questa esperienza per mettere a fuoco chi è Tania Bruguera oggi.

Che situazione hai trovato a Cosenza?

«Innanzitutto ci siamo incontrati con un gruppo di persone molto aperte e interessate al festival e con un contesto completamente deserto, quasi vergine per quanto riguarda la performance contemporanea».

Quindi quando Cristiana ti ha invitato, hai accettato subito?

«Sì, innanzitutto perché ho un rapporto professionale con l’Italia che ho sempre mantenuto e che mi ha arricchito; dalla fine degli anni Novanta, quando ho lavorato con curatori come Roberto Pinto, passando per le mie tre esperienze alla Biennale di Venezia, e più recentemente per il mio rapporto con lo IUAV. Il concetto che Cristiana mi ha presentato era molto coerente con le mie idee, abbiamo lavorato molto bene insieme, perché eravamo un po’ allo stesso punto del discorso sulla pratica della performance e ci interessava avere un momento pedagogico di laboratorio nel festival, che più di ogni altra cosa fosse un incontro tra due generazioni di artisti in un dialogo continuo su tematiche sociali e interventi sul reale».

Artisti che lavorano con la performance?

«Sì, ma essendo questo il primo festival, abbiamo deciso di fare una selezione che mostrasse un ampio spettro, per quanto riguarda l’uso della performance e della condizione performativa del gesto come intervento sociale. Abbiamo scelto opere che partivano da una invisibilità parziale, come quella di Aníbal López con auto parcheggiate dalle quali iniziavano a suonare gli allarmi contemporaneamente. Altre che erano un intervento di estraniamento dalla realtà, come l’opera di Franco Ariaudo consistente in una maratona/visita guidata al festival, o il cerchio di benvenuto e attesa di Adrian Paci. Abbiamo anche avuto alcune opere più vicine alla Body Art come quella di Maram o alla teatralità come quella di Diego Cibelli. Abbiamo cercato di trovare il maggior numero possibile di strategie performative».

Qual è la tua opinione sugli artisti giovani che hanno partecipato?

«Hanno lavorato molto seriamente e abbiamo avuto discussioni positive su etica, processi e risultati. Penso che se ci sarà in futuro un lavoro sistematico del festival, potrà aprirsi uno spazio importante per i giovani interessati alla performance».

Qual è il tuo impegno principale in questo momento?

«C’è stata un’evoluzione nel mio lavoro che è passato dalla realizzazione di azioni simboliche all’elaborazione di proposte con un’intenzione di operatività politica. Quando lavoravo con le azioni simboliche, ero più vicina alla comprensione dell’arte come uno spazio per creare consapevolezza. Con il lavoro che sto facendo in questo momento, concepisco l’arte come un agente di cambiamento sociale. Sono passata dal rappresentare argomenti legati al potere e alla società, al provare a creare nuove realtà che operano socialmente e politicamente. Pertanto, sono opere che per ottenere un livello minimo di successo, devono avere una presenza sia nel campo dell’arte sia in quello della real politík; e quindi il pubblico di tali opere non è solo quello degli iniziati all’arte, ma anche i politici stessi. Mi sembra uno sviluppo logico, perché con il mio lavoro ho sempre voluto creare un dialogo. E ora questo dialogo è con i politici».

T’interessa l’ambito dell’educazione?

«L’educazione è uno strumento utilizzato dal potere e penso che sia importante intervenirvi. Ciò che impariamo o non impariamo e quanto vogliamo disimparare, ci definisce come esseri sociali. L’educazione è uno spazio con un impatto sociale a lungo termine; motivo per cui ho dedicato sette anni a fare un progetto di scuola a Cuba, in cui attraverso il comportamento e l’intervento sociale, si creava arte politica».

Chi partecipava ai corsi?

«Era una scuola progettata per le condizioni specifiche del contesto artistico cubano e per analizzare i modi possibili in cui si poteva produrre un dialogo attraverso l’arte, tra un’identità cubana e una società globale. Partecipavano artisti, architetti, storici dell’arte, sociologi, casalinghe, studenti e tutti coloro che erano interessati ad avere uno spazio di discussione sociale a partire dall’arte».

La scuola è terminata nel 2009. Quale è stato il passo successivo?

«Proprio come la Cátedra Arte de Conducta (che era il nome del progetto di cui abbiamo parlato) è stato un gesto di appropriazione di una struttura di potere, quello che è seguito è stato la creazione di un Movimento politico per gli immigrati. Questo progetto si sta realizzando a New York, ma stiamo lavorando per aprire un partito politico in Messico».

Il Partito sarà la tua opera?

«Esatto. La forma sociale come forma estetica».

Che attività pensi di proporre?

«Sto rivedendo un po’ la storia delle manifestazioni e della rappresentatività del pensiero politico. Nel caso del Messico vorrei realizzare ciascuna delle riunioni di base, che sono un requisito necessario per avere diritto ad essere un partito politico, come performance».

Che relazione hai con Cuba?

«Cuba è una presenza nella mia visione della funzione dell’arte nella società. El Susurro de Tatlin #6 (versión para La Habana) è stata l’ultima opera che ho presentato a Cuba, alla Biennale del 2009; dove si creava un gioco molto forte, uno scambio di ruoli tra passato, presente e futuro politico di Cuba. Dopo questa esperienza, non ho più avuto bisogno di fare un’opera a o su Cuba, fino allo scorso 18 dicembre 2012, quando ho deciso di lanciare la convocazione popolare per la riapertura del Partito Rivoluzionario Cubano, creato dal nostro eroe nazionale Jose Marti 120 anni fa, come una chiamata collettiva a riflettere su cosa significhi oggi essere “rivoluzionario”».

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