07 ottobre 2014

Affaire Bronzi specchio d’Italia

 
A Milano o a Reggio Calabria. Pop o classici che siano. Affascinanti o sculture qualsiasi come ce ne sono tante (qualcuno lo sostiene), i guerrieri di Riace dividono l’opinione pubblica. Ma non da oggi. E soprattutto non si tratta solo di trasferta o di fiore all’occhiello per un museo che dovrebbe ospitarli e che non decolla. Dietro i gemelli più famosi d’Italia c’è la confusione di un intero Paese

di

Gerald Bruneau, Bronzi
Era il 29 novembre 1981 quando su Paese Sera comparve un trafiletto intitolato “Che follia i Bronzi di Riace alle Olimpiadi!”. Una breve intervista a firma del critico cosentino Tonino Sicoli dove si chiedeva a Giulio Carlo Argan un parere sullo spostamento dei Bronzi di Riace a Los Angeles, in occasione dell’evento sportivo. Lo storico dell’arte così rispondeva: «Essendo opere generalmente e universalmente note c’è da pensare che l’unico interesse si ridurrà a vedere nell’originale quello che si è veduto infinite volte nelle riproduzioni. Si può riconsiderare l’idea quando l’invio ha uno scopo essenzialmente scientifico». E concludeva «non bisogna far viaggiare le opere d’arte per suscitare l’entusiasmo delle folle». A distanza di più di trent’anni, non che le parole di Argan siano incontrovertibili, ma forse potrebbero esserci d’aiuto in un Paese che dimentica troppo in fretta.  
La storia è ormai tristemente nota: Bronzi all’Expo, si o no? Ma non solo. È da mesi, per non dire anni, che il Museo Nazionale Archeologico di Reggio Calabria, dove i Bronzi risiedono, naviga in cattive acque, prima chiuso per lavori di restyling, ora aperto senza collezione per quelli di allestimento. Ad oggi, nei buchi neri della dimenticanza, giacciono miriadi di reperti di straordinaria bellezza, ma poco importa. L’importante è che i riflettori siano puntati sui guerrieri. Non si contano più gli interventi di politici, artisti, intellettuali o presunti tali sull’argomento, sui giornali, sui blog, ovunque… per strada, nelle case, nei circoli. Se si apre uno qualsiasi dei quotidiani locali, si leggerà un articoletto dedicato ai Bronzi, se si va a prendere il caffé in un qualsiasi bar della città calabrese, si incontrerà probabilmente qualcuno che alzando la tazzina si chiede: che fine faranno i Bronzi?  
Gerald Bruneau, Bronzi
Qualche tempo fa nel centralissimo corso ha fatto capolino un baracchino preceduto di qualche metro da una grande scritta: “NO AI BRONZI ALL’EXPO. FIRMATE”, mentre artisti del posto cavalcano l’onda della polemica, gettando fuoco sul malcontento generale, sdoganando e poi normalizzando le foto di Gerald Bruneau, dove il kitsch diviene figlio dello stupor mundi e i bronzi vengono vestiti con boa di struzzo e slippini leopardati, tra trash e millantate operazioni dada (in verità ci si dovrebbe interrogare su quale scalpore possa creare un gesto obsoleto come il suo, che già aveva messo la sua firma sulla Paolina Bonaparte del Canova). Infine, per non farci mancare proprio nulla, in una calda mattinata settembrina un gruppo di giovani del circolo “Il Talebano”, capeggiati da un leghista di origine calabrese, si sono presentati al Museo inscenando un rapimento – simbolico – dei Bronzi per esprimere solidarietà a Vittorio Sgarbi
Magari si dovrebbe iniziare a dipanare il filo della matassa in questa vicenda ingarbugliata come solo una trama italiana sa essere e stabilire soprattutto a chi spetta l’ultima parola, ad un politico, un restauratore, uno storico dell’arte, un trasportatore, un opinionista di professione? Per il Ministero non ci sono dubbi. Il 19 settembre, infatti, il MIBACT ha comunicato la commissione istituita per metter fine alla querelle: presieduta da Giuliano Volpe, ordinario di archeologia all’Università di Foggia, è composta da Simonetta Bonomi, soprintendente per i beni archeologici della Calabria, Gisella Capponi, direttrice dell’Istituto Superiore per la conservazione e il restauro, Gerardo De Canio, responsabile del laboratorio dell’unità tecnica “Tecnologia dei materiali” dell’ENEA, Stefano De Caro, direttore dell’ICCROM, Daniele Malfitata, direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del CNR, e Bruno Zanardi, associato di teoria e tecnica del restauro presso l’Università di Urbino.
Museo archeologico di Reggio Calabria
In attesa del verdetto dei tecnici, ci siano concesse però delle riflessioni. In un articolo apparso qualche giorno fa su questo giornale, Flavio Favelli racconta non senza la giusta ironia il successo del marchio “Bronzi” come un’operazione dal gusto essenzialmente pop. Ed in effetti, lo è… l’epopea del visivo inaugurata da Andy Warhol voleva che l’oggetto fosse “messo tra virgolette”, ovvero sciolto da ogni contesto, trattato in modo “asintattico” (per citare un altro grande critico tutto italiano, Renato Barilli). Ma oltre ad essere “pop”, decontestualizzate le peculiarità dal loro background magnogreco, inseriti in contesti altri per assumere significati connessi a desideri che solo l’immaginario del consumo può produrre, oggi i Bronzi sono diventati anche un luogo della memoria, nell’accezione più triste della definizione. 
I luoghi della memoria sono metaforicamente dei luoghi in cui il passato incontra il presente per rendere l’utopia del futuro possibile, all’insegna di una continuità con un percorso che si dirama per le strade della storia e che ci fa attraversare le diverse geografie dell’anima. I Bronzi in questa vicenda appaiono invece come forme incancrenite di una memoria sfalsata, che fa le bizze e in cui i dati epici si confondo con quelli reali, una memoria che non incontra il presente, che non si rinnova, espressione di un tempo mai ritrovato, per cui senza un senso.
La “questione Bronzi” è solo uno dei sintomi della malattia che lentamente sta uccidendo la cultura italiana, per assenza di politica culturale, di critica e di problematizzazione delle questioni, per vuoti burocratici, lassismo istituzionale ed atteggiamenti di indifferenza generale se non surclassati da timidi risvegli personalistici slegati da qualsiasi interesse o bene comune. 
La parete di Alfredo Pirri al Museo Archeologico di Reggio Calabria
Ed ecco sempre a questionar sui guerrieri, poi se c’è un museo aperto ma senza collezione, se il  progetto di ampliamento dello stesso è stato annullato in fase quasi esecutiva, se dentro vi è un’opera site specific di Alfredo Pirri appositamente pensata per lo spazio ma per lo più ignorata, se vi sono i visitatori ma non una rete di accoglienza adeguata, se il non finito architettonico della città si riflette su un meraviglioso mare non più balneabile, se spostarsi dalla punta della Calabria richiama ancora alla mente la valigia di cartone dei nostri nonni, e ancor peggio se una nuova ondata emigratoria sta dimezzando i giovani in città per assenza di lavoro, poco importa. L’importante è sapere se i bronzi andranno all’Expo o meno. 
Reggio Calabria ad oggi è una zona grigia, una città commissariata da due anni, in una regione in cui il governatore è stato costretto a dimettersi dopo una condanna penale, in una nazione che si crogiola nel tepore di macerie ancora fumanti. Non ci può essere orizzonte in uno sguardo che non è capace di proiettarsi in avanti e desiderare il futuro.   

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui