16 marzo 2022

Immagini e Warfare

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Ci devono essere delle immagini affinché qualcosa di inconcepibile e "inimmaginabile", appunto, possa essere riconosciuto come tale? Riflessioni a margine del conflitto in Ucraina

Esplosione su TikTok (Ucraina)

È la prima volta nell’era dei social media e della società delle immagini contemporanea che una guerra ha una copertura mediatica e una diffusione di questa portata. Da parte di molti media internazionali si diffondono immagini di distruzione, di violenza contro la popolazione civile ucraina, di ciò che succede in real time ora dopo ora, di persone che scappano o che son vittime di bombardamenti rifugiati sotto terra in luoghi di fortuna, senza cibo e senza acqua, di richieste di aiuto di fronte a uno sterminio di massa. Le persone utilizzano i social media per comunicare al mondo, anche lo stesso presidente Zelensky ne utilizza i canali, mentre TikTok è il veicolo dei più giovani per condividere quanto accade. Vediamo il terrore, vediamo da fuori anche il volto di una Russia belligerante, anacronistica e consumata da una mania di espansionismo sotto regime. Intravediamo anche il desiderio di ribellione di molte persone di nazionalità russa, imprigionate e silenziate. Le immagini convalidano l’esistenza di questo conflitto anche nelle nostre vite, nel nostro quotidiano patinatamente occidentale, ci consegnano una drammaticità evidente, lo fanno esistere nelle azioni e nel discorso internazionale come mai sino ad ora in un tempo cosi rapido. L’esodo di persone ucraine, che si conta in pochi giorni, non ha precedenti dal secondo conflitto mondiale in Europa. L’Ucraina è sotto assedio. Lo vediamo. La guerra è effettiva. La vediamo. Le immagini offerte al nostro sguardo rendono ciò che vi è rappresentato come esistente, reale, tangibile, vicino. Le bombe cadono, lo possiamo vedere da dentro con le testimonianze visive che giungono anche dai reporter rimasti o giunti in Ucraina, dalle immagini diffuse sui social. Uno scacco matto alle centrali nucleari piegherebbe la popolazione e l’Europa tutta ad una piaga biologica e ambientale che si somma a quelle già in corso, mentre si discute di una neo-pace armata. Le immagini sembrano avere voce, richiamare, mobilitare. Le immagini tornano in queste settimane ad avere un valore documentativo e testimoniale. Tornano a urlare. Non succedeva dalla diffusione dell’immagine del piccolo Alan Kurdi nel 2015 – il bimbo siriano di soli 3 anni ritrovato morto sulle spiagge della Turchia nel tentativo di attraversare il mare con la sua famiglia – che un’immagine sollecitasse una così ampia e diffusa attenzione internazionale. In quegli anni il governo tedesco, sotto la guida e la volontà di Angela Merkel, avviò infatti il più ampio programma di integrazione realizzato in Europa dal Secondo dopoguerra, accogliendo oltre 1 milione di rifugiati siriani in Germania. Fu molto, ma non abbastanza. Nessun altro paese europeo si prese questa stessa responsabilità.

Tiktok missile, Ucraina

Durante le due guerre del Golfo siamo stati partecipi dell’orrore attraverso immagini che ci venivano date dalla stampa occidentale e soprattutto statunitense. L’era dei social non era ancora iniziata: le nuove “bombe capaci di vedere” messe in campo a quel tempo (dotate delle prime camere iper-tecnologiche) hanno controllato in gran parte l’identità delle immagini diffuse e quindi la nostra opinione sul ruolo degli USA nella guerra. Ci hanno mostrato infatti una porzione, una parte ben selezionata di realtà, per convincerci che bombe sui civili non sono mai state lanciate. Questo pare sia bastato all’Europa per non attivare nessuna forma di boicottaggio, sanzione o qualsivoglia interventismo. Per la recente guerra in Siria invece lo scenario è differente: i social esistevano già, ma sottoposti a censura dal regime di controllo siriano che ha sempre cercato di ostacolare ogni libertà di espressione e condivisione. Non abbiamo saputo quello che succedeva dalle piattaforme social, non dall’interno, se non in rari casi. Uno di questi è quello dell’“emergency cinema” fondato da Abounaddara – il collettivo artistico siriano con base a Damasco che ha creato un archivio vastissimo di video girati in Siria per denunciare la guerra sui social network. Ma questo conflitto non ha mai interessato la banca immagini occidentale: è sempre stato ridotto a una visione esigua e, per questo, non sembra essere mai esistito nelle nostre vite se non per brevi attimi. Di recente il tribunale tedesco di Koblenz ha condannando all’ergastolo per “crimini contro l’umanità” il colonnello Anwar Raslan grazie ai testimoni e alla presentazione di Caesar, un possente archivio d’immagini realizzato in segreto all’interno di prigioni e campi di tortura siriani: le immagini – documenti visivi dell’orrore e lembi di una realtà inimmaginabile, che sembrano richiamare l’inferno nazista – hanno giocato un ruolo determinante nella sentenza, ma quasi nulla è stato diffuso e la notizia è passata dunque senza fare troppo rumore.

TikTok, Ucraina

L’esercizio di forme di controllo può deformare profondamente la percezione della realtà, e diviene particolarmente pericoloso quando utilizzato sul piano geo-politico, quando diviene strategia di regime, quando si fa arma della propaganda. Dunque talvolta “per sapere occorre immaginare” – come scriveva G. Didi-Huberman (Immagini malgrado tutto, 2003), ossia saper rivolgere lo sguardo oltre il visibile, oltre le immagini che ci vengono date, anche quando pensiamo non ci sia apparentemente nulla da guardare.
Perché le guerre del XXI secolo non hanno trovato da parte dell’Occidente e della Comunità Europea, lo stesso attivismo, la stessa attenzione e adesione di questi giorni? Perché queste non hanno sollecitato lo stesso desiderio di accogliere, di far rispettare i diritti dell’uomo? Perché le persone che scappano dai conflitti non riescono ad essere così facilmente riconosciute e accolte come rifugiati? Perché chi attraversa il mediterraneo per fuggire dall’orrore e dalla fame viene rimandato in campi di detenzione libici? Perché la guerra cinese agli Uiguri, rinchiusi in campi di ri-educazione e tortura non sprona l’Occidente – che ha profondamente conosciuto l’universo concentrazionario – ad agire? E questo vale anche per la Corea del Nord, con i suoi decennali campi di concentramento, per gli Stati Uniti, con le sue aree di detenzione (Guantanamo in prima linea, ancora attiva, e poi quelli costruiti in seguito per rinchiudere i migranti provenienti dal Sud America), per la Turchia, che da decenni lancia bombe sulla popolazione curda….per, per. Una lista atroce che può continuare.
Sarà forse perché questo attacco, quello russo all’Ucraina, si trova alle porte dell’Europa e ci tocca più da vicino. Proprio qui, a due ore di volo da noi, sul confine di una geografia continentale che ha costruito la sua fortezza di pace e democrazia. Ma è riduttivo considerare la sola questione di vicinanza geografica. Sarà allora anche che questo conflitto sta rimescolando le carte dell’economia internazionale e delle ri-distribuzione energetica, un aspetto determinante nelle nostre vite. Ma, in altre occasioni ciò non ha comunque sollecitato ad un’azione tale o all’accoglienza che si manifestano oggi. La vicinanza più potente è forse allora quella concessa allo sguardo, quella offerta dalle immagini che denunciano, che ci fanno paura mentre urlano “resistenza!”, che lasciano esistere un evento, lo lasciano essere presente, onnipresente. Per la prima volta nell’era dei social media una guerra scoppia in un paese democratico alle porte d’Europa, dove non c’è dittatura, dove si tenta di esercitare la democrazia e dove dunque sopravvive una libera espressione. Ecco allora che le persone diffondono, gli adulti raccontano, i giovani postano, i giornalisti seguono, la guerra è on air, è diffusa online e noi possiamo sapere, vedere, conoscere.
Allora vien da chiedersi: ci devono essere delle immagini affinché qualcosa di inconcepibile e inimmaginabile possa essere riconosciuto come tale? Ci devono essere delle prove visive per sollecitare la nostra azione?

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