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Allo Spazio SLAP di Milano c’è una mostra in cui si scompare nella luce
Progetti e iniziative
di Luigi Abbate
Il 33 fa capolinea a Viale delle Rimembranze di Lambrate. Strana via, circolare alla fine, permette al tram di invertire la corsa. Fa molto vecchia Milano. Si deve tornare indietro più di un secolo per immaginare la sua nascita, quando, le sere d’inverno, la nebbia si tagliava col coltello e la mattina per il gran freddo la galaverna s’attaccava ai rami secchi dei platani piantumati. Oggi ormai di nebbia e galaverna non ce n’è quasi più, in compenso al numero 16 di quel curioso viale c’è SLAP, acronimo che sta per Spazio Lambrate Arti Performative, recente realtà culturale che anima quella zona a ridosso della locale stazione ferroviaria.
Recente ma promettente e, da noi, originale, per l’imprinting un po’ newyorkese che ne dà il suo direttore artistico, Massimiliano Balduzzi, che nella Grande Mela ha operato, e per disposizione e volumetria dei suoi locali che accolgono e stimolano molteplici iniziative produttive ed espositive. A cominciare dall’offerta di residenze per giovani artisti, che negli stessi locali presentano il frutto del loro lavoro, anche in forma di work in progress. Come avviene proprio in questi giorni.

Fino al 18 gennaio a SLAP si può visitare ROOMS – il posto migliore per sparire, «Mostra immersiva di luce e suoni» che ospita installazioni dei fratelli Angelo ed Eva Luna Thomann, e di Laura Maddalena Gerosa, fondatrice di Spazio Lambrate, presidente di SLAP e a sua volta artista che i due giovani borsisti, riconoscenti, han voluto coinvolgere nel progetto. Tanto che nella sequenza di visita delle quattro “rooms”, l’installazione di Gerosa sta in terza posizione, diversa dalle altre ma, proprio per questo, a far da efficace contrappunto alla dimensione decisamente immersiva delle altre tre.


Formazione di lighting designer per Eva Luna, cinematografica per Angelo, i due Thomann si prendono cura dello spettatore/ascoltatore con l’intenzione di immergerlo, previa metaforica “doccia di buio”, in un ambiente del quale chi entra si fa testimone e, per così dire, misuratore del proprio livello di coinvolgimento. Performance dunque non di soggetti ma di spazi, di oggetti e geometrie archetipiche, come la goccia che cadendo su un supporto di plastica crea una sorta di diorama astratto e cromaticamente cangiante, accarezzato dal soffio di una cellophane gonfiato da un ventilatore (Guardarsi dall’acqua, Sala 1), o il prisma argenteo sospeso che riassume la simbologia della preziosità (Uno, Sala 2).

Sempre seguendo l’ordine suggerito, eccoci davanti a Philia, ingegnosa “macchina” progettata da Laura Gerosa, a sua volta supportata dall’ingegnere e inventore Domenico Anastasio Anastasio (primo il nome, secondo il cognome): quattro vecchi LP forati e montati in guisa di bobine di un elegante proiettore d’antan, giustamente detto “retròproiettore”, fanno scorrere un nastro di carta gommata che riproduce a parete forme colorate a penna e pastello e “sonorizzate” da un canto di balene. Tutto per una durata potenziale che può superare le tre ore e che in un auditorium dotato di generi di conforto potrà essere goduta integralmente.

Chiude il percorso L’alba dentro l’imbrunire di Angelo ed Eva Luna, titolo che allude a una circolarità. Anche qui il tempo (sia come durata che fruizione) è parametro dirimente. A esso si aggiunge la formalizzazione dell’ambiente fonico: un immaginario oggetto circolare cambia gradualmente di colore, dalle tinte sfumante a quelle forti, contestualmente a una partitura sonora che ne segue la trasformazione. Suono semplice, minimalista, come semplici e minimalisti, al limite della naïveté sono i materiali utilizzati e il loro trattamento. Materiali, si direbbe, “a chilometro zero”, ma non privi di poesia anche nei dettagli: preziosa la bustina da aprire all’interno della brochure, rinnovato Bacio Perugina, parole vergate con “Dylan Thomann”, jeu de mot che avevamo già incontrato nel “retròproiettore”. La parola come testo scritto nella brochure e recitato nell’ultima installazione. Il tipico horror vacui dell’opera prima: visione/ascolto/comprensione verbale, c’è proprio tutto.

Rooms, ovvero Stanze. Come il titolo dell’ultimo lavoro compiuto di Luciano Berio. Lì un solo compositore ci accompagna attraverso ipotetici spazi chiusi ricorrendo a una grande orchestra e voci maschili che mettono in musica poesia e prose di più autori. Qui il contrario: più artisti declinano l’idea di spazio in modi differenti. Felice condivisione nell’operare a più voci su un unico tema, che è poi un invito ad attraversare il famoso spazio visivo/acustico/verbale arrivando a coinvolgere il pubblico fino alla sfida: Gerosa auspica di invitare il visitatore a creare un disegno che lei stessa realizzerà sul nastro, una sorta di neo-surrealista scrittura automatica, un non verbale ma grafico-pittorico “cadavere squisito che darà vino nuovo”.

Rooms è accompagnata da due talk, entrambi in programma alle ore 17, il 17 gennaio, ospite il fisico Marco Giliberti – Il colore come incanto: luce, forma e sguardo -, il 18, con gli artisti e Martina Coletti.














