15 ottobre 2012

Cara collezione

 
I rapporti tra collezionismo privato e istituzioni museali datano poco più di un paio di secoli, ma già da prima sono stati oggetto di dotti studi. Oggi il MAMbo di Bologna scende in campo, esponendo parte della raccolta dello stilista napoletano Ernesto Esposito. Ne nasce un curioso vis-à-vis, come accade spesso quando lo sguardo del collezionista incontra un ambiente museale. E che disegna un percorso originale. Da interpretare

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Collezionare oggetti implica il desiderio di possedere un valore, acquisire il suo potere auratico, soddisfare l’incessante esigenza al bello. L’evoluzione di questi paradigmi non è stata lineare, subendo nel corso delle epoche successive modificazioni.

Già nel 1727, lo studioso Caspar Friedrich Einckel illustrava brillantemente i principi del buon collezionista, esplorando attraverso la sua Museographia (considerata come il primo proto-catalogo delle collezioni d’Europa) le “Kunst- und Wunderkammern” di virtuosi mecenati, le biblioteche private e i cabinet d’Oltralpe, sondando, con elegante veemenza, il gusto personale e spesso eclettico di quelle ricche famiglie che avevano reso quelle gallerie la ragione prima dell’elevazione culturale propria e delle loro comunità d’origine.

A distanza di quattro secoli, all’ombra di quella committenza che aveva fatto dei regnanti e del papato le uniche due forze decisionali in campo artistico, il collezionismo privato – di ricchi mecenati, opulenti marchesi, lungimiranti industriali (insieme alla creazione di Fondazioni, sparse a rete in tutto il mondo) – ha modificato il suo gusto, favorendo una maggiore attenzione verso l’artista e la sua opera.

Nello scarto prodotto, oltre che nell’inevitabile allargamento della produzione, si assiste oggi ad un fenomeno di collezionismo allargato, molto più complesso rispetto al precedente modello culturale fondato sul binomio potere/celebrazione. La pletora dei compratori investe l’economia, invadendo la sfera sociale fino alla media borghesia. Se le ragioni di carattere economico ben si risolvono consultando gli ultimi report pubblicati dal Nomisma (che indica i maggiori profitti per acquisti d’arte contemporanea al di sotto degli 80mila euro con tassi di rendimento di poco superiori al 6 per cento), tutt’altro discorso è l’intervento intorno al dibattito teorico di definizione del campo.

A Federico Zeri dobbiamo il più classico commento sul panorama italiano, risolto in cinquant’anni d’attività e che a Bologna lascia la più importante collezione di cataloghi d’asta e un patrimonio fotografico tra i più prestigiosi, a Guido Rossi insigne giurista e professore emerito, si deve il dialogo più intimo e personale del collezionista con la sua raccolta.

Nel solco tracciato dalle dotte indicazioni di questi due studiosi, passando per smembramenti, dubbie acquisizioni, scandali pubblici ed expertise non proprio trasparenti, ripulse per i collezionisti-mercanti e feticismo per l’antico, gli operatori culturali si trovano così in relazione ad nuovo modo di intendere e fruire l’arte, dove  i modelli di riferimento, insieme alla complessità dei sistemi che entrano in gioco (pubblico, committenti, mercato, istituzioni), moltiplicano le incertezze e le difficoltà, aprendo al dialogo con una retorica del gusto più complessa, incline allo sguardo poliedrico.

Sotto i portici coronati da tanta Storia, Bologna oggi capta i movimenti latenti del contemporaneo e interviene nel dibattito tra collezionismo privato e rapporti con le istituzioni museali pubbliche. L’occasione è la mostra “Cara domani” (opere dalla collezione Ernesto Esposito – presso gli spazi espositivi del MAMbo fino al 2 dicembre). Il titolo è preso in prestito dal nome dell’opera di Jack Pierson del 1995 in cui l’artista americano mette insieme le due parole che racconta di avere sentito pronunciare più spesso durante un suo soggiorno nel capoluogo campano.

Della raccolta di questo stilista partenopeo, che vanta collaborazioni con importanti maison del calibro di Sergio Rossi, Marc Jacobs (con cui collabora da quasi dieci anni) Chloé, Sonia Rykiel e Louis Vuitton, il Mambo presenta una scrematura di 77 opere e 67 artisti. La selezione operata duetta con la raccolta permanente del museo – presentando delle opere appartenenti allo stesso periodo storico e di artisti stilisticamente simili, tra gli altri: Matthew Barney, Joseph Beyus, Michelangelo Pistoletto – e con questo crea una sorta di dialogo in cui lo spettatore può cogliere somiglianze nello spirito che ha mosso il privato e il pubblico dagli anni Settanta fino ad oggi. Ma presenta anche una forte impronta regionale e contestativa che si rivela in alcuni pezzi come l’assemblaggio in ferro di Robert Rauschenberg Albino Spring Glut (Napolitan) (ricavato dalla spazzatura della città) o Vesuvius di Andy Warhol (una delle diciotto raffigurazioni pittoriche del vulcano eseguite nel 1985).

Nelle intenzioni della curatrice Caroline Corbetta (che cura anche il catalogo-rotocalco edito da Corraini Edizioni insieme al direttore dl MAMbo Gianfranco Maraniello), il percorso espositivo è calibrato sul modus operandi dello stesso collezionista: vivace, caotico, istintivo. La mostra coglie così il più contemporaneo gusto di proporre come esclusivo zoccolo duro la personalità e la visione del collezionista, avvezzo a prestare – «sono sempre disponibile ai prestiti e lo faccio più in omaggio agli artisti che a favore del mio ego», chiarisce Esposito – fino ad arrivare a principi di consonanza con lo spazio designato.

L’ultima parola è lasciata allo spettatore, che potrà godere di questa somiglianza di divertissement o confondersi ancor di più all’interno della rapsodica offerta dell’arte oggi.

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