18 febbraio 2016

L’intervista/Alterazioni Video

 
METTI IL TURBO ALL'ARTE
Sono il collettivo più “espanso” del mondo. Sono nomadici, ipercinetici e sempre sul pezzo. Da oggi in mostra a Milano

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Ci è voluto poco per rendersi conto che una chiacchierata con i cinque componenti di Alterazioni Video nello stesso luogo e nello stesso istante, è un’occasione a dir poco rara. Paolo Luca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Giacomo Porfiri, Andrea Masu e Matteo Erenbourg si dividono tra New York, Berlino, Providence e Milano, ma in barba a ogni fuso orario o continente, questa settimana l’hanno passata proprio a Milano, città di origine di tutti quanti, per preparare la retrospettiva dedicata ai loro Turbo Film allo Spazio Oberdan. 
Siamo stati loro ospiti tra cavi, hard disk, telefoni squillanti, qualche spritz, battute e tanti pannelli di photoshop aperti sugli schermi dei computer. D’altro canto chi si ferma è perduto. E se per capire i lavori di Alterazioni Video è in parte obbligatorio dare una sbirciatina a chi sono e come operano, per capire i Turbo Film si può iniziare dando una sbirciatina a uno o due dei loro tumblr o il loro canale youtube.
Proprio come i loro lavori, ritrovarsi nel quartier generale di preparazione di questa site-specific con Alterazioni Video, è frutto di una serie di contingenze a così alto livello di improbabilità che scaturiscono in un incontro che ha dell’unico nel suo genere. Il loro metodo produttivo si può riassumere così: andare, guardare, provare, registrare, finire e sfruttare tutto al duecentopercento. Poi con calma capire cosa è successo, come si può trasformare, declinare, plasmare, e decidere cosa si vuole fare.
Anche nella loro vita quotidiana, davanti a una scrivania in un appartamento a Milano, ogni piccola incursione sembra pretesto per dei guizzi di follia. Sì, forse è un po’ esagerato pensare che ogni schiocco di dita sia lo stimolo per uno spunto da sviluppare, ma la sensazione di curiosità e della continua, e possibilmente senza fine, chance che si danno di stupirsi, è un vortice che può risucchiare anche il loro interlocutore più scettico. Impossibile non farsi catapultare nel loro immaginario.
Quindi, dopo che siamo stati risputati fuori dal varco spazio-temporale che ci ha lasciati un paio d’ore in compagnia di Alterazioni Video, vi raccontiamo anche qualcosa di loro e della loro vorticosa retrospettiva parlandone con Paolo e Andrea. Con scacciapensieri siciliani in sottofondo.
Alterazioni Video, Surfing with Satoshi

Partiamo dal libro.
«Abbiamo finito da poco il libro sui Turbo film e l’evento sarà legato anche alla presentazione di questa novità. Abbiamo chiesto di scrivere qualcosa a molte persone che hanno collaborato con noi nei film come Marc Augè o Ragnar Kjartansson, che hanno reagito in maniera rapida e ci hanno mandato delle cose molto divertenti raccontando aspetti diversi del processo dei film che abbiamo fatto insieme, o aneddoti o riflessioni critiche, e abbiamo avuto sufficienti contenuti per pensare di farne un libro da trecento pagine. Avevamo già moltissimo materiale raccolto, ma non si era mai creata l’occasione per finalizzare il tutto. Sono tutte foto dei vari film o di backstage: qui ad esempio vedi la fotografia di un poliziotto che ci ha arrestato in Puerto Rico e che poi ha cantato Walk the Line di Johnny Cash in uno dei nostri film, era davvero bravissimo». 
Cosa ci raccontate di questa retrospettiva?
«In realtà non c’è una vera e propria mostra, ci sarà un’installazione nel foyer introduttiva all’esperienza della serata, che sostanzialmente sarà un bar-scultura, un Bum Bum Bar. Stiamo facendo una serie di bar di Alterazioni Video, quindi ne realizzeremo uno anche per questa occasione, simile a un altro che abbiamo già fatto su un set. Lo attiveremo durante la serata con una barista che serve appunto Tequila Bum Bum, perché è un drink che ha un certo ritmo nell’essere sia preparato sia consumato. Penso faremo il record del mondo di maggior Tequila Bum Bum serviti. E realizzeremo anche una serie di record del mondo durante la serata per promuovere il prossimo film in India». 
A cosa è dovuto l’utilizzo del film quasi come unico medium per le vostre opere negli ultimi cinque anni?
«Il film funziona di più all’interno del nostro linguaggio. Funzionava bene soprattutto negli ultimi anni come formula per continuare a lavorare insieme: è più facile lavorare bene sull’idea via email, via tumblr, tramite scambio di contenuti etc. Dopo ci ritroviamo fisicamente per un tempo limitato per produrre il lavoro, è una conseguenza piuttosto naturale. In questo caso facciamo una mostra site-specific e questo è uno dei pochi momenti nei quali ci incontriamo tutti quanti. Questo, e i film». 
Alterazioni Video, All my friends are dead

Come funziona lavorare a distanza? 
«In genere scriviamo una storia da una paginetta dalla quale partiamo e che somma una serie di cose sulle quali abbiamo costruito una metodologia legata ai Turbo Film: un luogo specifico nel mondo, una storia legata a un determinato posto, un elemento di conflitto o controverso. L’idea arriva anche in concomitanza a certe occasioni come un invito a una mostra, un workshop, o un tizio in un bar che ti invita ad andare in Etiopia». 
Quindi stendete un canovaccio comune e per lo sviluppo più complesso ognuno mette il suo?
«Per lo sviluppo più complesso usiamo principalmente tumblr. Ne apriamo uno, iniziamo a pubblicare immagini e lo impostiamo come uno storyboard visuale. Le immagini costruiscono un percorso: mettiamo nello stesso luogo tante idee, poi però tante cose succedono quando e dove giriamo». 
Come adattate il vostro linguaggio rispetto al pubblico?
«Cerchiamo di rimontare i film rispetto ai formati di distribuzione e di fruizione. Per ogni film ci sono 4 o 5 versioni perché ogni volta che si deve scegliere un montaggio è necessario fare delle scelte, lasci fuori delle cose e la volta dopo invece vuoi usarle. Questo varia anche in base al contesto nel quale proiettiamo i film, per cui se sappiamo che è lo spazio di un museo o una galleria, possiamo espandere i contenuti o spaccare la struttura narrativa. È come se il visitatore prendesse solo uno spunto passando all’interno di una mostra. Se invece si tratta di un cinema o di un festival, cerchiamo di creare un climax. Una volta raccolta l’esperienza della storia, il modo in cui utilizziamo il materiale cambia: può essere più narrativo, più astratto, può essere più realistico. Dipende molto dal contesto». 
Alterazioni Video, Le President

Quindi sostanzialmente lavorate in site-specific in ogni senso.
«Siamo attenti al contesto. Ovviamente se avessimo lavorato in pellicola sarebbe stato impossibile. Ma siccome i film sono digitali, possiamo continuamente rimetterci le mani e trovare nuovi contenuti che prima non avevamo. Ad esempio, recentemente abbiamo girato una scena in radio da aggiungere a un film che avevamo fatto tre anni fa, e che potrà dare un angolo diverso a quello che viene dopo, per cui la andiamo a inserire in un secondo momento. Poi per questo evento, abbiamo proprio smontato tutti i film e ripresi in blocco per farli convivere con le performance che faremo noi dal vivo». 
Quanto è importante il web per voi?
«È importante ma non è tutto. Il nostro lavoro funziona perché andiamo fisicamente in location. Si possono studiare le tribù africane da casa, fare delle bellissime gif con le tette che si muovono e magari si può anche produrre un capolavoro rispetto al materiale che si trova in rete o che si produce a livello digitale senza creare un’interazione con le comunità con cui si vuole lavorare, ma sarà sempre diverso dall’essere dentro a una situazione fisicamente, perché mancherà sempre il loro contributo. La differenza è il rapporto che si crea con le persone che si incontrano durante il processo di produzione di un Turbo Film o di qualunque operazione in loco, rispetto a stare a casa al computer. Poi il computer rimane con noi anche nella giungla ed è collegato ad internet e c’è la possibilità di continuare il processo di contaminazione della situazione in cui siamo attraverso quello che si trova in rete. È fondamentale questo meccanismo di inquinamento. Per esempio, stavamo cercando un addestratore di orsi in Etiopia; non l’abbiamo trovato, ma siamo inciampati su due nani gemelli con i baffi che non erano in programma. Allora li abbiamo fermati e lì il film è cambiato». 
Come avete fatto a inciampare su due nani?
«Al mercato, uscendo dal taxi». 
Quindi ogni tanto vi capita di inciampare in una scena?
«È quello che speriamo ogni volta! Il casting avviene andando in giro, perdendosi un po’ per il posto, cercando i personaggi che, a prescindere da quello che fanno nella vita, hanno un carisma forte o qualche caratteristica che in camera può funzionare e chiedergli se vogliono collaborare con noi. A quel punto chiedono sempre di cosa parla il film e non sappiamo più cosa rispondere, perché il personaggio è nuovo e dobbiamo riadattare tutto». 
Alterazioni Video, All my friends are dead

A livello tecnico come vi muovete sul posto?
«Siamo indipendenti, siamo in cinque quindi è anche abbastanza automatico, ci separiamo anche spesso. Giriamo e registriamo tutto noi: tutti possono fare tutto. Ognuno di noi è chiaramente più bravo in qualcosa e si concentra di più su quello che è nelle sue corde. Giacomo ad esempio è il musicista del gruppo e va generalmente a cercare una band da creare sul posto, che porta a una situazione di casting che è anche utile per il film stesso e innesca un processo a sua volta. Tutte le musiche che abbiamo usato le abbiamo registrate, composte, suonate in loco con band improvvisate. Fa parte del modo di fare questi film. Quello che è difficile quando si è in un posto nuovo è organizzare tutto quello che è stato pianificato in tempo breve. Ma se non hai pianificato niente, o hai solo delle idee generali senza un piano preciso, non sarai mai in ritardo». 
Alterazioni Video, Fred

Cosa guardate? Cosa ascoltate?
«Ognuno ha le sue preferenze, quindi diventano anche poco rilevanti. Quello che diventa rilevante è l’esempio giusto al momento giusto per il problema che ci si presenta. I diversi riferimenti che ognuno di noi ha, portano sul piatto references che non centrano nulla ma che poi creano associazioni ricche di significati, che se usate con le immagini giuste poi valorizzano. Nei tumblr ci linkiamo molti video perché spesso si parte dall’audio, cioè dalla cultura musicale locale, per andare poi a capire che tipo di immaginario abbiamo di fronte, perché è l’aspetto più ricco delle culture in giro per il mondo». 
Quindi il discorso “local” per voi è imprescindibile.
«Certo, e il discorso è riportare un po’ di complessità a certe semplificazioni. Faccio l’esempio di Lampedusa. Come cambi prospettiva? Come racconti una storia diversa? Come ridoni complessità a quel luogo?  La complessità di questo luogo con le sue contraddizioni, attraverso i giornali viene molto semplificata, per come funzionano le comunicazioni. Noi invece abbiamo una libertà più ampia nel raccontare una storia». 
In Italia c’è questo tipo di libertà oggi?
«Non è che c’è in Italia o da un’altra parte, la libertà te la prendi. Se ci va di raccontare una determinata storia la raccontiamo. Poi un paio di volte ci hanno censurato dei film, a Ravenna e a New York. Anche Youtube ci ha censurato un video bellissimo, in cui Alberto seguiva delle ragazze di giorno in un parco in Albania, Walking in Tirana: c’era tensione da thriller ma non succedeva niente, era un video molto tranquillo. C’era un po’ di stalking, ma lo faceva anche Vito Acconci». 
Alterazioni Video, Black Rain

[arrivano Giacomo e Matteo: “Noi siamo stati un attimo in Ecuador e siamo tornati”]
Che sensazioni avete per questa retrospettiva allo Spazio Oberdan?
«Siamo molto contenti di questa rassegna Turbo, perché è un’occasione per celebrare il nostro lavoro ed è la prima volta che riusciamo a presentare in modo organico questo corpo di lavori alla Cineteca. Ci sarà anche la documentazione di una nostra performance all’Hamburger Bahnhof di Berlino, inserita in una mostra su Dieter Roth e la musica in cui la curatrice Gabriella Knapstein ha voluto inserire tre artisti contemporanei tra cui noi, con il lavoro che avevamo fatto a New York per Performa 09 insieme a Ragnar Kjartansson al Ps1. Quando ci ha proposto di inserire questo lavoro abbiamo risposto che ci sarebbe piaciuto farne una nuova versione, Symphony No. 2. Hanno affittato per noi l’HAU Hebbel Am Ufer per due serate e la documentazione video è stata  poi inserita all’interno della mostra. Questo è stato a maggio dello scorso anno, l’ultima volta che ci siamo trovati tutti insieme. Il direttore della Cineteca di Milano dopo aver trovato questo video online, si è incuriosito e, dopo aver visto i Turbo Film, ci ha proposto questa retrospettiva».  
Qual è l’ultima cosa su cui siete stati impegnati?
«Poco tempo fa Düsseldorf abbiamo partecipato a una mostra collettiva del Goethe Institut dove sono andati Alberto e Giacomo e hanno battuto cinque record del mondo. Adesso deteniamo sette record del mondo però stiamo crescendo, Andrea per esempio aveva fino a poco tempo fa il record dell’uomo che sbatte più velocemente le ciglia, mentre Matteo è in assoluto la persona che ha passato più tempo in piedi su una palla tenendo in mano una pianta. Il record invece per aver fatto esplodere più velocemente un’anguria utilizzando solo degli elastici, lo abbiamo raggiunto proprio durante la performance Symphony No. 2 a Berlino». 
Il consiglio è di non perdersi la performance di stasera alle 21 (biglietteria aperta dalle 17), e di volare allo Spazio Oberdan con la propulsione di improbabilità e chissà in quale universo parallelo ci sveglieremo tutti quanti venerdì mattina. Perché non si può mai sapere alcune contingenze quando si ripeteranno, meglio approfittarne. La programmazione dei Turbo Film invece va dal 19 febbraio al 4 marzo. 

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