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Una performance a Roma per celebrare la morte e la vita dell’amore romantico
Progetti e iniziative
Artisti, attori, galleristi, critici e altri protagonisti del panorama culturale contemporaneo romano si sono riuniti nel centro storico della città per prendere parte alla manifestazione de Il funerale all’amore romantico, a cura del mecenate Giovanni Calvario e dell’attore Alessandro Gasparetti. La performance corale, che ha contato un centinaio di partecipanti, accompagnata da una banda jazz di fiati e ottoni, si è svolta il 14 febbraio ed è stata realizzata in collaborazione con Valerio Scifoni (Organizzazione Scifoni) e con la documentazione fotografica di Mattia Mari.
La processione sulfurea, nel segno noir, ha celebrato, con tono nietzschiano, “la morte dell’amore” nei tempi moderni, assumendo con sottigliezza e umorismo connotati folkloristici e sociali. Si rivolgeva a «Tutti quegli amanti non corrisposti, quei corteggiatori, i cuori infranti e le anime sole, con l’intento di diffondere nuove attese», ci ha spiegato Calvario.

Seguendo un impianto narrativo, l’esibizione ha avuto inizio da Palazzo Altemps, procedendo lentamente verso Piazza Navona, fino a giungere ai piedi della Fontana dei Quattro Fiumi di Gian Lorenzo Bernini. Qui, si è raggruppato un corteo di simboli, costellato da candele, veline, piume, cappelli e mantelli, che ha trovato un folto pubblico di fruitori. Sono state recitate le Poesie d’amore di Vladimir Majakovskij, invitando a riflettere sulla vanitas, sulla caducità della vita e su altri temi di derivazione barocca, eppure sempre attuali, che indagano l’individualità degli esseri umani, attraverso il concetto universale dell’amore, oggi più vicino a un’utopia di cui riappropriarsi. Sembrava d’assistere alla scenografia atemporale di uno spettacolo surrealista tra gli Anni ’40 e ’60, per la sua cesura con la logica a favore dell’inconscio e del paradosso.
I personaggi che vi hanno partecipato, ognuno scandito dal suo ruolo, hanno messo in scena l’assurdo dell’esistenza con uno stato d’animo comune: il desiderio di far rinascere i sentimenti.

«Non può morir / neppur volendo. / Come il sole al risveglio con la rugiada, / il dedito amato poggerà le labbra / sulla sua sposa fino agli Inferi, / per riportarla agli splendori del loro cieco amore. / Anche quest’anno / abbiamo ingannato i sulfurei dei degli abissi, adornando una bara / vuota per lo struggimento dei romantici, / ma il moto che move ogni astro non perirà mai. / Dopo ogni funzione, / noi gridiamo al cielo e tutt’intorno, / con l’aiuto dei quattro venti: / “L’Amore è morto. Viva l’Amore!”», Alessandro Gasparetti.












