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Non sta esattamente sulla terraferma, come tutta Venezia d’altronde, ma su una piattaforma site specific un po’ ballerina, che si muove mentre disegna una coreografia al ritmo delle maree. L’installazione di Tomàs Saraceno è pensata per essere effimera, mobile, oscillante e sonora. Basta fare due passi fuori dai padiglioni dell’Arsenale andando in direzione delle Vergini per sentirsi attratti dal suo lavoro incastonato dalle volte architettoniche della struttura della Biennale.
Si chiama on the disappearance of clouds e vuole mettere l’accento soprattutto sulla questione dell’ambiente, come sembrerebbe un po’ tutta la Biennale, alla primissima impressione. Lungo la passerella che si attraversa seguendo il suono di sottofondo e i flutti dell’acqua, con gli occhi puntati alla fine del percorso, la tensione poetica ti spinge ad andare verso una nuvola di cluster scultorei appesi a fili sottili e quasi invisibili.
Tra qualche decennio non vedremo più le nuvole? Certa fotografia di Ghirri sarebbe quindi un miraggio? E Balkenol di cosa andrebbe a misurare se il cielo non è più fatto di nuvole ma piuttosto è zeppo di sostanze inquinanti e CO2? (Anna De Fazio Siciliano)














