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Domenica di pioggia di fine maggio. Ci si prepara per uscire di casa, prima o dopo il pranzo. Autobus, automobile, motorino, oppure una passeggiata a piedi. La meta è un ufficio pubblico, un edificio scolastico che, come tutte le diramazioni dello Stato, vorrebbe apparire unitario dal nord al sud, comprese le isole e, invece, non lo è. Pur trasformata in impeccabile ufficio elettorale di sezione, con i suoi codici di arredamento e illuminazione, l’aula mantiene le tracce della connotazione originaria, rievocando sensazioni di interrogazioni e compiti in classe che l’elettore credeva di aver accantonato.
Queste elezioni europee sono state vissute in maniera ambigua. L’attesa non è stata delle più spasmodiche, un avvicinamento discreto, forse timoroso ma, a urne chiuse, la tensione si è sciolta ed eccoli, rilassati ancora per qualche mese, i visi sorridenti e sornioni che abbiamo imparato ad ammirare e che sono già diventati dei meme sui Social Network.
Matteo Salvini, leader della Lega che una volta era Nord, ringrazia 9 milioni di volte gli italiani – 34,3% dei votanti – ma punta tutto sull’immagine, con una foto di quello che sembra essere il suo studiolo, tra tapiri dorati, icone sacre, berretti di carabinieri e foto vintage del Milan. Un caos scenografico, falso come può esserlo una realtà stereotipata e mediocre, perché si sa che lui è proprio come noi, noioso, ordinario e prevedibile, quindi tranquillizzante.
Per ringraziare i 6 milioni di supporter – 22,7% dei votanti – Nicola Zingaretti sceglie una fotografia più luminosa e di repertorio, della serie “strette di mano”, con didascalia decisamente più lunga, 11 righe, che inizia così: “Qualcuno ci dava per spacciati e invece voi ci avete aiutato a voltare pagina per creare un’alternativa al governo di Salvini”. Insomma, il PD prova disperatamente a raccogliere qualche segnale, nonostante la miracolosa cura dimagrante di meno 5 milioni di voti in 5 anni.
Fa molto rumore la caduta del Movimento 5 Stelle, che fa registrare un meno cinque milioni rispetto alle elezioni politiche dell’anno scorso e si ferma al 17,1%. Luigi Di Maio sceglie il linguaggio delle immagini in movimento – accompagnato dalla emoticon del microfono – e pubblica il video della conferenza stampa al Mise, riuscendo addirittura a sorridere: «Ringrazio i 4,5 milioni che hanno votato il M5S e ringrazio anche chi non ci ha votato perché dal loro comportamento noi impariamo e prendiamo una bella lezione».
Questi sono i numeri emersi ma, come è sistematicamente accaduto negli ultimi anni, il dato più significativo è quello dell’astensione: 44%. Una marea che, a volerla considerare come parte in causa efficiente, potrebbe spazzare via le percentuali di cui sopra. Usando come parametro il 100% reale degli aventi diritto al voto, la Lega raggiunge il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Numeri piuttosto bassi per rappresentarsi come le forze sociali, politiche, etiche, morali, economiche che animano il Paese, non solo in senso di maggioranza ma anche di opposizione.
Insomma, c’è una parte enorme di popolazione che non ha votato – che non vota da anni – e che rende aleatorio il risultato di qualunque scrutinio. Tante persone che potrebbero mettere la loro fatidica X su un altro simbolo qualsiasi, sovvertendo qualunque ipotesi di graduatoria. Questione di scarsa rappresentanza politica? Sì e, probabilmente, nel senso più ampio della locuzione: il 44% della popolazione italiana non solo non si sente rappresentato da alcuna figura politica ma non si percepisce più rappresentabile nemmeno da tutto l’apparato visivo, concettuale e abitudinario del meccanismo di voto. E in fin dei conti, non potrebbe essere altrimenti, visto che il metodo, vale a dire il rito e tutto ciò che ne consegue, è praticamente uguale dal 2 giugno del 1946. Da quel giorno, molte cose sono cambiate nell’esperienza della nostra vita quotidiana.
Qualcuno, nel Movimento 5 Stelle, aveva pur intuito qualcosa già anni fa ma era chiaro che il sistema delle votazioni online, trasposto in maniera fin troppo maccheronica dal concreto al virtuale, sarebbe diventato più una boutade che la registrazione di un radicale e radicato cambiamento di prospettiva. Anche se, comunque, ci ha regalato un Di Maio.
Insomma, la questione del 44% potrebbe non essere dovuta solo alla mancanza di una figura di riferimento ma a qualcosa di più profondo, non per forza una perdita, anzi, probabilmente si tratterà di tutt’altro, magari una transizione, anche se lenta e difficoltosa. Per questo, la percentuale dell’astensione, lungi dall’essere inattiva, potrebbe rivelarsi come la più creativa e la più interessante, non tanto per un Partito, legato a modi ormai superati, o per un Movimento, anche questo rivelatosi farraginoso sul lungo periodo, quanto per una sorta di “tensione di pensiero”, soprattutto se di declinazione non prettamente ideologica, quindi slegata da quegli schemi che, ormai, hanno poca rappresentatività reale/virtuale. Magari, basandosi sull’urgenza trasversale di certi temi, come il #green o il #gender, che hanno già dimostrato di saper coinvolgere pubblici abbastanza eterogenei sia sui social che nelle piazze. (mfs)














