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Alla fine della fiera, rimangono le mostre. Ne abbiamo visitate e raccontate alcune in questi giorni che valgono un viaggio a Basilea anche durante i prossimi mesi estivi (come ad esempio quelle dedicate a Gauguin e Marlene Dumas, alla Fondazione Beyeler, di cui potete leggere oggi nel nostro primo piano).
Tra queste c’è anche la personale di Martin Boyce al Museum für Gegenwarstkunst, una retrospettiva degli ultimi 15 anni di lavoro dell’artista che nel 2011 ha vinto il prestigioso Turner Prize e rappresentato la Scozia alla Biennale di Venezia del 2009. Le installazioni di Boyce creano spesso dei passaggi immaginari all’interno del white cube, evocati anche dall’artista attraverso i titoli dei suoi lavori. In A River in the Trees (2009) grandi blocchi di cemento disposti come un sentiero – che lo spettatore è invitato a percorrere – permettono di attraversare due stanze contigue, sul cui pavimento sono sparsi ritagli di carta che ricordano le foglie d’autunno (foto sopra); in Our Love is Like Flowers, the Rain, the Sea and the Hours (2002) tubi al neon diventano alberi luminosi e stilizzati (in home page). Il linguaggio di Martin Boyce è segnato dall’uso di alcune forme e riferimenti ricorrenti, primo fra tutti l’albero cubista in cemento realizzato nel 1925 a Parigi da Joël e Jan Martel, declinato in numerosi materiali, formati e funzioni. Boyce ha utilizzato anche oggetti di design nelle sue installazioni, sempre modificandoli, fino a renderli inservibili o irriconoscibili, come nel caso delle sedie Series 7 di Arne Jacobsen, letteralmente spezzate a metà e riallestite in una struttura mobile, o degli Eames Storage Units, montati senza possibilità di aprirne gli scompartimenti così da diventare veri elementi scultorei dai forti richiami architettonici – con uno spirito sempre a metà tra il riverente, l’ironico e il ribelle. (Silvia Simoncelli)










