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Emblema – con quel sorriso enigmatico e sarcastico – dell’identità culturale siciliana nella sua espressione più tipica, il Ritratto di ignoto di Antonello da Messina sembra condensare tutta l’ambigua essenza dell’isola fascinosa e terribile. Il quadro del XV Secolo, che appartiene alla ricchissima collezione del Barone di Mandralisca di Cefalù, è il gioiello prescelto come ultima tappa di un breve tour della nostra redazione.
Da Palermo a Trapani ed Erice e poi a Cefalù, il viaggio è stato il pretesto per visitare, in un confronto con il tema del sacro e i mirabili stucchi di Giacomo Serpotta, la mostra “Sacrosanctum.8. Nell’assenza, nel silenzio, il sacro”, di Francesco Simeti, un artista di origini palermitane che ora vive a New York. La personale, composta da wallpaper e pattern floreali nonché da lussureggianti istallazioni paradisiache che celano altri significati reconditi, è visitabile fino al 10 aprile ed è allestita nell’Oratorio di San Mercurio, luogo vicino a quel portento architettonico di eredità araba del IX Secolo che è il Palazzo dei Normanni e accanto al sito Unesco di San Giovanni degli Eremiti, il bellissimo complesso dalle cupole rosse, frutto dell’operazione culturale di Ruggero II il Normanno.
Oltre ai musei e ai monumenti aperti, in questi giorni l’intera regione è stata investita da un pullulare di eventi, visite guidate e concerti, nonché processioni e riti liturgico-religiosi di antico culto. A Trapani per esempio durante il Venerdì Santo si è svolta la celebre Processione dei Misteri (e dei mestieri): una lunga passeggiata con 400 anni di età, che tutt’ora affascina e intriga con il suo mix di folklore e spiritualità in cui si coniuga l’antichità spagnola del rito insieme al carattere etnico siciliano, infatti nacchere e nenie accompagnate da 20 bande musicali hanno animato il centro di Trapani per tutto il giorno. Palermo, dove, prima della fine dell’anno, si inaugureranno altre due grandi mostre dedicate a Gino De Dominicis e ad Antonello da Messina, riconferma ancora la sua vivacità in quanto Capitale della Cultura 2018. Nel volgere di pochi giorni, si sono susseguiti eventi come la visita con il Conte Federico all’omonimo palazzo, il tour gastronomico tra le vie dello storico mercato Ballarò e le aperture speciali e serali nel giorno di Pasqua, dai Cantieri della Zisa allo Spasimo e al museo RISO (dove c’è la mostra sulla grande Scuola di Palermo), Palazzo Abatellis con orari di chiusura troppo limitati, mentre sempre a Palazzo Reale si inaugurava “Sicilie”, una densa carrellata di opere della pittura fiamminga che, oltre alle opere di Van Dick e Mabuse, è impreziosita dal ritratto di Santa Caterina d’Alessandria, il capolavoro svelato nei giorni scorsi dopo 32 anni di misterioso oblio. E sempre in tema di fortune alterne, a Villa Zito è stato esposto il dipinto di Donna Florio di Giovanni Boldini, la cui bellezza si trascina ancora in una turbolenta vicenda: il quadro dopo inutili rivendicazioni cittadine è stato venduto a un privato.
Ma l’offerta culturale della città si è arricchita per tutti i gusti, di sera con i gruppi di musicisti classici o con il quintetto L’asilo dei Lunatici che hanno proposto pezzi propri e della tradizione, in una chiave davvero originale. Il viaggio è proseguito a Erice, dove tra panorami mozzafiato e tracce di culti pagani (il tempio di Venere Ericina), il programma si è moltiplicato spalancando uno spaccato notevole, seppur parziale, della ricchezza culturale che sprigiona questa terra, aprendo quindi a Sud un’altra finestra sulla bellezza del nostro patrimonio. (Anna de Fazio Siciliano)










