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A Londra non sono stati a guardare e a fronte della grande retrospettiva alla Tate Modern dedicata ad Alighiero Boetti, “Game Plan”, allestita fino al prossimo 27 maggio, anche la galleria Sprueth Magers aveva inaugurato in concomitanza con il museo una personale dell’artista torinese.
Ma evidentemente la febbre per uno dei più grandi protagonisti dell’Arte Povera e di tutta l’arte italiana del secondo Novecento non accenna a fermarsi, ma anzi sale. Questa settimana sarà la Carlson Gallery ad inaugurare un solo show dedicato ad Ali Ghiero, come si faceva chiamare Boetti nel suo periodo a Kabul dagli amici e collaboratori che lo avevano aiutato nella realizzazione del One Hotel.
Una galleria che propone, tra gli altri artisti rappresentati, anche Dan Colen, Gelitin, Nate Lowman, Paola Pivi e Yan Pei-Ming, la cui programmazione idealmente non c’entra nulla con Boetti. Forse no, ma forse nemmeno tutti sanno che la Carlson è stata fondata nel 2009 da Massimo De Carlo, italianissimo gallerista di Milano. Un ideale riavvicinamento alla “patria”? Noi non ne siamo così sicuri, non fosse altro perché De Carlo ha scelto proprio Londra per piazzare qualche pezzo in occasione della mega retrospettiva e non Milano o l’Italia, Paese che osanna Boetti in tutte le salse, ma che da tempo non riesce a promuovere una retrospettiva “totale” sull’artista. Almeno su questo fatto possiamo contare sullo zampino di un connazionale, anche se è evidente che il mercato d’Oltremanica è entrato a gamba tesa nella produzione del nostro artista più quotato, ben sapendo che l’Italia è fuori dal giro delle grandi mostre su Boetti fatte da Reina Sofia, Tate e MoMA. Su “buchi” del genere bisognerebbe riflettere riguardo il MAXXI, altro che commmissariamenti.










ara Exhibart, vorrei ricpordare che la GAMeC ha fatta nel 2004 una mostra di Alighiero Boetti molto completa con molte riscoperte e accompagnata anche da un catalogo con una cinquantina di testi di altrettanti autori di e discipline e nazionalità diverse. Il Catalogo Boettiano andò esaurito prima della chiusura della mostra. Mostra che portata alla Fondazione Proa di Buenos Aires, vincendo il premio come migliore mostra dell’anno. Qualche anno dopo anche il MADRE fece una grande mostra di Boetti, quindi non è che le istituzioni italiane non si occupino di questo grande artista. saluti gdp
Me la ricordo la mostra, Giacinto, l’ho vista e ne ho pure scritto. E ricordo anche il premio che ha ricevuto. Anche il MADRE, quattro anni fa mi pare, ha fatto una mostra su Boetti curata da ABO. Anni orima era stata la volta di Rivoli. Sono passati però alcuni anni e soprattutto l’Italia è fuori dal circuito delle grandi mostre internazionali su Boetti, mentre lui si afferma sempre di più come un artista seminale anche all’estero. Penso che oggi il punto su cui riflettere sia questo.
Adriana
Le mostre di Boetti sono la meno, a mio parere è sbagliato tentare di scimmiottare operatori e rituali internazionali quando l’italia si trova schiacciata tra esterofilia, assenza di pubblico, assenza di denaro e assenza di strutture adeguate.
L’italia dovrebbe agire da LATE COMERS e cercare Boetti nel presente invece di incensare il passato senza le strutture e i denari adeguati.
Il sistema italiano (che forse neanche esiste, ci sono pochi operatori compiacenti e non collaborativi) sembra una piccola GOMORRA esterofila e chiusa al confronto e al pensiero divergente. Quando invece l’assenza di strutture e di pubblico potrebbe permettere di partire da zero senza le strutture forti, e quindi i vincoli, che vediamo all’estero; si potrebbe migliorare l’estero piuttosto che cercare di copiarlo diventando inutili e poco interessanti. (vedi question time su flash art italia nel 2009: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/question-time-flash-art-italia-ottobre.html
In italia per il contemporaneo non esiste pubblico e c’è una classe di operatori traumatizzata e barricata dentro il proprio orticello..quasi timorosa del pubblico.. (Giacinto per certi versi, Maraniello, Mattiolo, Pietromarchi, Zani, Minini, Bonacossa, Vettese, De Carlo, Noero, Viliani, Fassi, Ragaglia, Cycelin, Bruciati )…per certi versi non ci sono operatori incidenti, non c’è alcun sistema in italia. Per gli artisti paga l’asservimento e l’omologazione più spudorata, rispetto ai desideri di un paese per vecchi che, a sua volta, paga l’arrendevolezza degli stessi giovani tramite la Nonni Genitori Foundation.
Gli emigrati Gioni, Bonami, Cavallucci fanno orecchie da mercante sforzandosi di vedere l’italia inutile e marginale. E infatti lo è; perchè nessuno ci crede in modo autentico, lavorando su contenuti e rapporto con il pubblico. Ogni luogo è internazionale per definizone, solo il provincilismo degli operatori italiani può pensare che l’italia non sia nel mondo e non sia internazionale.
Altro che mostre di Boetti! Si tratta di ripartire dai contenuti, e per questo non serve denaro o strutture. Anzi è meglio che non ci siano.
“Magutt” Luca Rossi,che fortuna godere della tua presenza nel -seppur magro- universo dell’arte contemporanea italiana.
A conferma che sei,senz’ombra di dubbio, una gran testa.