14 aprile 2010

Bonami, Mondadori, Brandolini d’Adda. È italiana la new age di TAR Magazine

 

di

Nicola Simioni, Martina Mondadori, Coco Brandolini d’Adda, Francesco Bonami (Photo Stefano Masse)
Letteralmente significa “catrame”, ma “soprattutto è l’anagramma di ART: così rimescolata l’arte si estende sino a comprendere anche design, letteratura, moda, architettura, marketing”. Così si presenta TAR, magazine di oltre 250 pagine interamente in lingua inglese, un po’ una pubblicazione d’arte, un po’ oggetto da collezione. Che dopo l’esordio newyorkese, al terzo numero “trasloca” in Italia per iniziativa di un team dirigenziale folto di VIP: da Francesco Bonami, direttore responsabile e creativo, a Martina Mondadori – direttore editoriale -, a Coco Brandolini d’Adda, fashion director.
Editore della rivista, che sarà distribuita in Europa e Stati Uniti, presso edicole, musei, club, concept store, gallerie d’arte e musei, è TAR SIZ Publishing Inc., società indipendente che fa parte del Gruppo SiZ di proprietà della famiglia Simioni. Obiettivo dichiarato del progetto è “sviluppare, nonostante i temi apparentemente estetici, una particolare attenzione e sensibilità etica e sociale, affrontando temi di social responsability quali l’ambiente e la difesa dei diritti civili”. Questo attraverso le voci, le testimonianze, i contributi di personalità creative internazionali come artisti, scrittori, stilisti, architetti, fotografi, imprenditori.
Qualche nome? Nel primo numero firmato dal team italiano un contributo del celebre scrittore Richard Mason, un dialogo di Martina Mondadori con Kerry Kennedy e Shirin Ebadi, un omaggio di Rem Koolhaas a Miuccia Prada, un colloquio di Hans Ulrich Obrist con Francesco Bonami, con foto di Wolfgang Tillmans. E la cover? È di un certo Maurizio Cattelan

[exibart]

6 Commenti

  1. Ma vi pare una rivista di cui abbiamo bisogno? Ma è la solita noia autocelebrativa di persone glam messe in cerchio a farsi i ****ini a vicenda.
    Non capisco perché ci siano intellettuali – che pur ci sono in questo gruppo – che stiano al gioco.
    Se quei soldi li spendessero a sostenere i giovani o a fare una mostra coi fiocchi in una delle poche kunsthalle del nostro paese, come Monfalcone…

  2. mamma mia della serie…. ce la facciamo e ce la leggiamo anche…..viste le premesse mi sa che sarà cosa per pochi eletti…meglio se nati con la camiciola giusta…….ma che triste deriva del potere utopico dell’arte se il suo destino è solo quello di promuovere e nutrire i soliti noti……

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