18 maggio 2016

“BP o non BP”, questo è il problema. Nel Regno Unito la protesta non si ferma, spostandosi dalla Tate al British Museum

 

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Che dire? Che gli attivisti contro la British Petroleum, la holding petrolifera che finanzia diversi musei nel Regno Unito, sono un po’ anche artisti. Ieri, per esempio, per mettere in scena il proprio disappunto contro le nuove sponsorizzazioni al British Museum, i membri di “BP or not BP?”, uno dei gruppi più forti sul tema, in occasione dell’apertura della mostra “Sunken Cities – Egypt’s Lost Worlds” ha tracciato nella hall del museo una vera e propia installazione, che conteneva anche una cartuccia di gas lacrimogeni proveniente da Piazza Tahrir al Cairo, e 340 linee di pietre nere, che, secondo un comunicato del gruppo, simboleggiano come le operazioni di BP in Egitto siano circondato da violazioni dei diritti umani.
Già, insomma, nel mirino c’è sempre lo stesso soggetto, ovvero che la BP guadagni tramite il favore di regimi repressivi, e anche che l’estrazione di combustibili fossili sarà causa dell’aumento del livello dei mari del futuro, mentre il British Museum elogia una casa petrolifera “generosa ed etica”. 
Peccato che pare anche che le 340 pietre non siano un numero a caso, ma quello delle persone scomparse da quando la BP ha firmato un contratto con il governo di Al Sisi per 12 miliardi di dollari. 
E ora che succederà nei rapporti tra museo e holding? Il contratto, dopo la disdetta di quello della Tate, nel 2017, verrà rinnovato per altri cinque anni? E soprattutto, quanto verrà assegnato al British? Ricordiamo, infatti, che proprio la Tate è stata coinvolta recentemente in un processo per aver rifiuto di rivelare l’esatta quantità di finanziamenti ricevuti dall’industria dal 2006 in poi. E che, stando alle associazioni attiviste, si trattava di cifre con ben pochi zeri. 

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