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Lo scintillante Popeye di Jeff Koons è l’immagine ideale per celebrare i primi vent’anni del Festival internazionale di film sull’arte. La kermesse napoletana, a cura di Laura Trisorio, non sente il peso del tempo, se non per l’esperienza maturata, e arriva a questo traguardo storico mantenendo, con coraggio e tenacia, la forma rigorosa che l’ha sempre contraddistinta: un ciclo serrato di proiezioni dei migliori film e documentari – per la maggior parte in prima nazionale, in lingua originale e con traduzione simultanea – i cui protagonisti sono gli argomenti più avvincenti e le personalità più interessanti del panorama artistico contemporaneo. Le storie sono riportate da chi le ha vissute, le opere raccontate da chi le concepisce. Questa equazione semplice e vincente ha permesso al festival di proporsi come un appuntamento irrinunciabile.
Così, per la serata inaugurale al San Carlo, il tempio delle rappresentazioni, la platea e i palchetti erano gremiti in ogni ordine di posto, tra rappresentanti di varie istituzioni – molte delle quali coinvolte nell’organizzazione, dal Madre al Polo Museale della Campania, dall’Istituto Banco di Napoli al Consolato degli Stati Uniti d’America, dal Goethe Institut alla RAI – galleristi, artisti e critici ma la sfida di quest’anno e, probabilmente, degli anni a venire, è portare all’esterno questa «incredibile energia che sento nel teatro», ha detto Laura Trisorio. Dello stesso avviso il direttore del Madre, Andrea Viliani, intervenuto alla presentazione: «La cultura vince solo se riesce a entrare in tutti i luoghi». Per questa edizione, infatti, sono previsti, oltre ai consueti appuntamenti al teatro Augusteo, anche incontri con i registi all’Accademia di Belle Arti, proiezioni per le scuole all’Istituto Francese e per i detenuti della casa circondariale di Secondigliano, una significativa opportunità di conoscenza e di recupero, per individui costretti in condizioni di vita, spesso, al limite della dignità.
Per l’apertura, sono state proposte due proiezioni antitetiche che esprimono la vastità semantica e geografica dell’arte, Art War, di Marco Wilms, e Imagine…Jeff Koons, Diary of a seducer, di Jill Nicholls. Art War è un viaggio coinvolgente nella Primavera Araba, dal 2011 fino al 2013, anno della caduta del neoeletto presidente, l’integralista Muḥammad Mursī, sulle tracce degli artisti diventati portavoce di quegli eventi drammatici, ibridando i linguaggi dinamici della street art e la tradizione coloristica dell’arte murale egiziana. Murales, poster, stencil, tra piazza Tahir e via Mohamed Mahmoud, sono documenti di una storia ancora poco chiara, che lascia intravedere sofferenze e divisioni, libertà negate e violenze disumane. Dal lato opposto del mondo, ecco comparire il sorriso impeccabile di Jeff Koons. L’occasione è adatta per ripercorrere le tappe della sfavillante carriera del seduttore del sistema dell’arte, dall’infanzia in una famiglia borghese agli esordi artistici, come assistente di Ed Paschke, fino alle ultime due mostre al Whitney Museum di New York e al Centre Pompidou di Parigi, passando per il matrimonio con Ilona Staller, attraverso la voce dei guru dell’arte contemporanea, come Damien Hirst, Mary Boone e Jeffrey Deitch. Alla fine, oltre alla superficie della sue opere, si intravede la fibra di un uomo in grado di capire perfettamente le meccaniche di un’epoca.
Le proiezioni continueranno fino al 18 ottobre e il programma, come vuole la tradizione, è ricchissimo e vario, arrivando a coinvolgere ambiti affini, come la fotografia, con Étienne-Jules Marey. La science au réveil des arts, il documentario sulla vita e la ricerche del geniale inventore della cronofotografia, tecnica con la quale riuscì a riprendere un’onda nel golfo di Napoli, e l’architettura, con The competition, incentrato sull’arduo percorso che ha caratterizzato il concorso per la progettazione del futuro Museo Nazionale d’Arte di Andorra, mostrando i retroscena del lavoro e le strategie di Zaha Hadid, Jean Nouvel, Frank Gehry, Dominique Perrault e Norman Foster. Ancora sul rapporto tra arte e architettura, da non perdere è il film su Niki De Saint Phalle, un rêve d’architecte, che descrive i motivi ispiratori alla base delle sue opere monumentali e colorate, attraverso la voce narrante della stessa artista franco americana e materiali d’archivio inediti. Come rifiutare l’invito di Man Ray nel suo studio parigino, al 2 bis rue férou? Un invito accolto dal documentarista François Lévy-Kuentz che, insieme all’amata moglie dell’artista dadaista, Juliet Man Ray, ne esplora il suo mondo onirico. Non è affatto finita qui, perché tra Marc Chagall, Bill Viola, James Turrell, Ai Weiwei, Marc Quin e tanti altri, ce n’è veramente per tutti i gusti e, con le temperature fresche di questi giorni, i velluti del teatro augusteo sembreranno ancora più accoglienti. (Mario Francesco Simeone)
nella foto: Marco Wilms, Art War, Germania, 2014
in homepage: Niki De Saint Phalle, Queen Califia, PM© ideale audience












