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Nel popolo di voci e di fantasmi che abitano la Biennale dell’epica, dell’infanzia e del sogno di Enwezor, uno solo si materializza, Karl Marx, che ieri è comparso calzando scarpe nere stringate usate ma non consumate, piegate ma non deformate dall’uso. Se Karl Marx ci ha insegnato che il Capitale ha rovesciato il mondo, mettendo quello che è in alto in basso e quello che è in basso in alto, ovvero invertendo con il plusvalore il rapporto fra concretezza e astrazione, rendendo più remunerativa la seconda e svalutando la prima, da cui tutto dipende.
E se ci ha anche insegnato che tutti noi dipendiamo sempre di più dal feticismo degli oggetti, perché siamo ridotti da questo processo di astrazione messo in atto dal Capitale a esseri singolari privi di individualità, spinti incessantemente a desiderare qualcosa di personale che ci distingua perché non capiamo più di cosa abbiamo veramente bisogno, allora le sue scarpe nere stringate, usate, durature e fedeli come una moglie alla Santippe, le sue suole non ancora bucate ma nemmeno proprio proprio nuovissime, il nero del cuoio non lucido ma non sporco, tutto questo mancato splendore e mancato decadimento, ci invita a riconoscere i nostri bisogni più veri, reali, concreti.
Peccato però che questo invito venga da un fantasma, messo in scena in una Arena, come un sogno. E se la vita è sogno e i sogni sono solo sogni, come possiamo essere in grado adesso di distinguere fra la ginnica stringata nera e una scarpa di pelle vera? (Irene Guida)











