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La scomparsa sarà forse offuscata dal clima biennalesco, e dagli occhi puntati su Venezia. Eppure vale la pena di ricordare una delle figure più controverse della storia dell’arte del secondo Novecento, che in Austria aveva suscitato talmente tanto scalpore da creare interi casi mediatici, leggende e chi più ne ha più ne metta. Stiamo parlando di Otto Mülh, artista che insieme a Günter Brus, Hermann Nitsch e Rudolf Schwarzkogler figura a capo del Wiener Aktionismus, la corrente che teatralizzò una Body Art talvolte estrema e rituale all’inizio degli anni Sessanta, nella sonnelenta e bigotta Austria dalla quale provenivano gli antichi provocatori Schiele, Kokoschka, Kubin e Klimt. Una “frangia” estrema, che con i rituali del Teatro delle Orge e dei Misteri, si era attirata non poche antipatie da parte della “morale pubblica”. Otto Mülh, che aveva fondato la comunità di Friedrichshof, in Austria, dove promosse la libertà sessuale e la proprietà collettiva e la creatività tra i suoi membri. Nel 1991 la polizia austriaca lo aveva arrestato sulla base di testimonianze di ragazzi di Friedrischof che accusavano l’artista di pedofilia, abuso di potere e incoraggiamento al consumo di droga. Condannato a otto anni di carcere, nel 1997 abbandonò definitivamente l’Austria e replicò il modello della comune sull’isola di La Gomera, nell’arcipelago spagnolo delle Canarie, prima di trasferirsi in Portogallo, in un piccolo centro della zona dell’Algarve. “Riabilitato” come artista all’inizio degli anni 2000, era stato proprio il MAK di Vienna a dedicargli una grande retrospettiva nel 2004.














