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Parte la 22ma edizione di Artecinema, la rassegna curata da Laura Trisorio, dedicata al documentario d’artista e, negli anni, diventata un appuntamento imperdibile, sentito non solo dagli addetti ai lavori ma anche da un pubblico trasversale incuriosito, oltre che dalle proiezioni, dall’atmosfera che vi si respira. E infatti, come da tradizione, la serata inaugurale, il 19 ottobre, è stata frequentatissima, con gli splendidi spazi del San Carlo occupati in ogni ordine di posto da tanti volti soddisfatti di esserci.
Si inizia con due documentari accomunati da un certo sguardo verso la natura, punti di vista che privilegiano l’interpretazione estetica del paesaggio, dalle rocce della Gallura, per Novantatremiliardi di albe, corto di Domenico Palma che racconta l’opera di Francesco Arena, alle «pietre del mio pensiero», come si esprimeva Salvador Dalì riferendosi agli ambienti di Portlligat, sfondo di The Secret Life of Portlligat, documentario di David Pujol dedicato alla casa-rifugio del maestro del surrealismo.
«È un film senza parole», ha spiegato Palma e, infatti, dalle prime, nitidissime immagini, emerge l’espressività dell’elemento naturale, con i solchi impressi dal passaggio delle ere nei grandi massi della Gallura che il nostro sistema percettivo associa immediatamente alle rughe di un volto, elementi narrativi autonomi, bastanti a condurre la trama. Che è il viaggio di una roccia da un’isola a un’altra, dalla Sardegna a Capri e non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Poi, nella natura, nella manipolazioni dei materiali, risalta l’antropico, vediamo gli strumenti usati per trasformare, per modellare una grande lastra di acciaio sulla quale sarà disposta la roccia prelevata dalla Gallura e portata a Capri. Qui, torna in rapporto con l’orizzontalità del mare ma da un altro punto cardinale, esposta ad altri venti e disegnata da altre luci, con la ripresa che indugia con piacere sul gioco di sguardi tra il sole rosso e la porosità dell’elemento. Ma anche il lavoro è una poesia ed è lo stesso Arena a ringraziare con veemenza, dal palco del San Carlo, tutte le persone che hanno collaborato al progetto. Molto gradevoli le musiche, che non esagerano con la descrizione ma contestualizzano lo svolgimento della storia, giocando anche con i rumori ambientali.
Inizia con la Danza Araba di Tchaikovsky il più tradizionale documentario di Pujol, prodotto dalla Fundació Gala-Salvador Dalí, che ci fa entrare nella casa che il maestro costruì a Porlligat, un progetto che lo coinvolse per tutta la vita e nel quale sono leggibili molte fasi del suo processo creativo. Pujol propone un esteso confronto tra le opere capitali del maestro e gli scorci suggestivi della località spagnola e, al contempo, entra nella situazione famigliare. Lo scontro con il padre, il rapporto alcune figure chiave della giovinezza, il legame con la sorella poi sostituita con Gala. Insomma, la storia di Dalì come abbiamo imparato a conoscerla, tanto che, alla fine, la casa di Portlligat rimane comunque relegata a un ruolo comprimario, nonostante alcune succose notizie architettoniche, per esempio, sull’apertura di finestre in certi punti, per far entrare determinati scorci di paesaggio nell’ambiente domestico. Bellissima, e non poteva essere altrimenti, la nutrita selezione di fotografie di Dalì con Gala e i video degli ultimi anni.
In alto: Ricardo Sans Condeminas ©Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2017. Image Rights of Salvador Dalí reserved. Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2017












