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Un decennio cruciale, denso di sperimentazioni, contestazioni e riflessioni, ripercorso attraverso lo sguardo di un artista. Ma Fabio Mauri è stato anche un intellettuale, un visionario, un precursore e la mostra, visitabile fino al 2 settembre a Palazzo De Sanctis, a Castelbasso, organizzata dalla Fondazione Malvina Menegaz per le arti e le culture, a cura di Laura Cherubini, membro dell’Archivio Mauri e curatrice nel 2016 anche della grande “Retrospettiva a luce solida” del museo Madre, mette in atto una sintesi del suo pensiero, cronologicamente compresa tra il 1968 e il 1978. Di quella parentesi che avrebbe inciso profondamente nel tessuto sociale del nostro Paese e non solo, Fabio Mauri è stato un lucido testimone e un protagonista. Autore di un linguaggio che, dall’ideologia al concetto, dall’astrazione al pop-olare, è stato in grado di raccontare la complessità di quel momento storico, ha anche aperto più di uno spiraglio su ciò che sarebbe accaduto dopo, con i suoi Schermi e le sue Proiezioni.
«Mauri ha avuto con l’Abruzzo un rapporto speciale e fecondo, contrassegnato principalmente dalla sua ventennale docenza di Estetica della sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, città nella quale peraltro realizzò diverse performance. Un rapporto – mi piace ricordare – che nel 2000 ha coinvolto la stessa Fondazione Menegaz, quando Mauri visitò Castelbasso – dove ebbi la gioia di conoscerlo – in occasione di Trasalimenti, la mostra in omaggio all’arte di Tullio Catalano. Alla mostra Mauri partecipò con una sua opera, anche perché di Catalano, così come della stessa Cherubini, era stato collega all’Accademia aquilana. È nel solco di quella felice precedente esperienza, che la Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture realizza quest’anno la mostra Fabio Mauri 1968-1978», ha ricordato Osvaldo Menegaz, presidente della Fondazione Malvina Menegaz.
«Il 1968 è dunque un anno chiave per l’opera di Fabio Mauri (è anche l’anno in cui trasforma in schermo la fotografia del corpo esanime di Che Guevara, l’eroe eponimo di quell’era, imprimendo la scritta The end) sia perché prende corpo il concetto di luce solida sia perché in quello stesso cruciale anno, nell’ambito di una manifestazione, che chiude il sipario su un decennio e apre il proscenio del successivo, ideata profeticamente da Plinio De Martiis, Il teatro delle mostre, Mauri fa entrare lo spettatore nell’ambiente sospeso e futuribile de La Luna. Sarà un gesto irreversibile e propedeutico alle successive performance e proiezioni», ha spiegato Cherubini.
Oltre all’esposizione delle opere di Mauri, la Fondazione Malvina Menegaz ha proposto anche “Sarà presente l’artista”, progetto di Matteo Fato che prende spunto da un antico ritratto di un astronomo, per costruire una riflessione sul modo di osservare la realtà. Da questo punto di partenza si snoda il percorso espositivo della mostra, a cura di Simone Ciglia, che comprende opere di autori dal secondo Ottocento al Novecento, fra cui Luigi Boille, Tano Festa, Francesco Paolo Michetti, Ettore Spalletti, Giulio Turcato, poste in dialogo quelle di Matteo Fato, a palazzo Clemente.
In home: Pila a luce solida, 1968, collezione Nunzio Vitale, Salerno. Pila a mano, 1968, courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth. Cinema a luce solida, 1968, Collezione privata, Milano. Foto: Gino Di Paolo
In alto: Intellettuale – Pasolini, 1975. Foto: Gino Di Paolo. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth














