26 dicembre 2017

Forum Macro/ 15. Micol Di Veroli: «Si poteva dar seguito al MAAM usando Mattatoio e Pelanda, ormai un peso per l’amministrazione cittadina»

 

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MAAM non è un museo e non lo sarà mai. Si è trattato di un esperimento condivisibile, cui in un primo momento hanno preso parte validi attori della scena contemporanea italiana, alternandosi a figure appartenenti a una realtà vicina alla dimensione artigianale. Un grande laboratorio dunque, uno spazio multidisciplinare senza filtri e senza selezione che senz’altro mancava in città. A questi lodevoli intenti si poteva dar seguito trasformando gli spazi del Mattatoio e della Pelanda, ormai divenuti un mero peso per l’amministrazione cittadina, in un MAAM allargato, un luogo euristico dove sperimentare nuove metodologie inclusive del fare arte. 
Il MACRO è un museo e, almeno per questa legislatura, non lo sarà più. Un museo è un organismo complesso, non più solamente una struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio. Un museo d’arte contemporanea è formato da dipartimenti, da esperti e curatori, da attenti selezionatori di fenomeni che fanno parte di una scena internazionale. Si tratta di un luogo di scienza con un progetto ben definito che crea benessere e cultura per la società, stimolando il confronto attraverso l’esposizione di realtà che aprono al mondo e non solamente al locale. Il MACRO è nato per essere museo in senso stretto, sono stati spesi soldi pubblici per edificarlo e altrettanti fondi sono stati investiti nel 2010 per ampliarlo per mano di un architetto di fama mondiale, Odile Decq, che l’ha dotato di nuovi e meravigliosi spazi, pensati per trasformarlo in un luogo che ospita il pubblico fornendogli un’offerta culturale in grado di accrescere le conoscenze. Parlo di una struttura già di per sé inclusiva, dove hanno esposto nomi quali Erwin Wurm, Christian Boltanski, Jenny Saville, Bruce Nauman, Nam June Paik, Marc Quinn, Ernesto Neto, Luigi Ontani, Martin Parr e tantissimi altri noti ed amati protagonisti del contemporaneo. 
Fa parte del pensiero demagogico l’idea di poter cancellare professionalità, expertise e studi museologici, pensando che questi siano inutili orpelli tirati fuori da parrucconi in pensione, trasformando così un museo in luogo dove accamparsi e provare a fare qualcosa di creativo. Si può stare dalla parte del pubblico e degli artisti senza però svilire il tutto con la mancanza di una vera e propria scelta all’origine. Selezionare non significa tagliar fuori ma compiere un processo naturale, esprimere la precisa volontà di offrire solo il meglio per il bene di tutti. Scientifico non significa noioso e impopolare. Se non comprendiamo questo, allora non ci resta che tornare all’asilo. (Micol Di Veroli, storica e critica d’arte)

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