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Quando si tocca il tasto Macro, Museo Arte Contemporanea Roma, si prova la triste sensazione che l’amministrazione capitolina, ormai da svariate legislature, sembri provare un piacere perverso nel distruggere il buono che ha in mano. Il buono sarebbero le mura del Museo pagate circa 20 milioni di euro di soldi pubblici, quindi nostri, e costruite secondo il progetto di una archi-star internazionale, la francese Odile Decq. Perchè questo Museo, obiettivamente bello, sia stato così bistrattato negli ultimi anni è una di quelle situazioni surreali che sono un’inquietante realtà della nostra Capitale.
Avevamo un Museo di Arte contemporanea che poteva diventare una grande Kunsthalle e che invece è diventato un Asilo.
Abbiamo avuto tre sindaci che hanno chiamato tre direttori, tutti qualificati per dirigere un Museo, che hanno cercato, pur con budget non certo stellari, di assicurare una programmazione spesso eccellente e di attirare sponsor importanti come Enel. Danilo Eccher, Luca Massimo Barbero e Bartolomeo Pietromarchi ce l’hanno davvero messa tutta per far diventare il Museo una realtà internazionale e in pochissimi anni la cecità di un’amministrazione ignorante, arrogante e prepotente ha trasformato quello che era un Museo in un luogo da affittare al migliore offerente e adesso in un asilo dove ognuno potrà mostrare la propria arte, purché si senta “investito” dello status di artista. Che dire? Il nuovo “direttore” Giorgio de Finis assicura che il Macro diventerà uno spazio vivo. Staremo a vedere, ma non sarei così ottimista. (Paola Ugolini, critica d’arte e curatrice)
Sopra: Big Bamboo, installato all’Ingresso del Macro Testaccio










