14 gennaio 2014

Giappone chiama Italia. E Michelangelo Consani risponde, con “Nove elefanti bianchi e una patata”

 

di

Michelangelo Consani, False flag, 2013 - opera realizzata per il progetto In Vitro, gennaio 2013

È livornese, classe 1971, Michelangelo Consani. Che dopo una serie di esposizioni che vanno dal Centro Pecci a EX3, dove nel 2010 è stato insignito come “miglior under 40 italiano”, dal Kustraum di Monaco fino al libro che gli hanno dedicato Kunstverein Milano/Amsterdam/New York, presentato proprio al PS1, sbarca in Giappone, in una primissima volta italiana alla Galleria Side 2 di Tokyo. 
La mostra? Si intitola “Nove elefanti bianchi e una patata”, e sarà curata da Pier Luigi Tazzi, che giù nel 2010 aveva invitato Consani a partecipare alla Triennale di Aichi, che tornerà quest’anno a indagare i temi del cambiamento del Giappone, partendo anche dai suoi mutamenti naturali.  
Ed è aderente a una natura del mondo anche il progetto di Consani, che stavolta divide idealmente in due la galleria con il dualismo “elefante bianco”, simbolo di buon auspicio e di prosperità in Asia e Indocina, e lussuosi beni o imponenti progetti per l’Occidente, per cui gli elefanti bianchi hanno a che fare con speculazioni e con la modalità insostenibile del mondo. 
Non è un caso che, al centro dell’ideale punto di congiuntura, Consani, dal prossimo 17 gennaio, metterà in scena due sculture in marmo nero del Belgio, materiale raro e ormai in via di esaurimento che rappresenta l’Ovest del mondo, ancora in cerca di una rarità che non si può più permettere. Eppure anche l’Oriente, che subisce il deleterio vecchio modello capitalistico, che ha reso morente l’Occidente, non è escluso da questa storia. «”La festa è finita”, è un mondo insieme incoerente ed aperto e l’artista vi si muove con gli strumenti del linguaggio e dell’arte, in cui lo scambio fra il simbolico e il naturalistico è costante, dove i livelli di significato – oggettivo, espressivo e documentario  – slittano continuamente l’uno nell’altro, l’uno sull’altro. Per cui la festa che è finita è quella che si era svolta per secoli sotto quella costellazione di idee, di nozioni, ma anche di credenze e di pregiudizi che aveva illuminato la cosiddetta Cultura Occidentale» spiega Pier Luigi Tazzi, forse uno degli “elefanti”, (agronomi, scienziati, economisti) che l’artista posiziona nel progetto, creando una sorta di mappatura del mondo con quelle personalità individuali che possono aiutarci a trovare la via per una società più equa, conviviale e sostenibile. Partendo da uno dei luoghi più occidentali del pianeta, l’Estremo Oriente. Dualismo e contraddizioni, per una prima volta decisamente di buon auspicio.

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