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I cavalli di Jannis Kounellis, la terra di Eliseo Mattiacci, il movimento di Steve Paxton, l’equilibrio di Jean Tinguely. E Mario Merz, Sol Lewitt, Gino De Dominicis, Denis Oppenheim, Joseph Beuys, Pino Pascali e tanti altri ancora. Nell’Attico, a Roma, è passata la stagione d’oro dell’arte contemporanea, quelle vicende che si studiano sui libri e che ad ascoltarle sembrano leggende. Dal 1968, quando Fabio Sargentini apre lo spazio di via Beccaria, dopo aver lasciato la galleria aperta dieci anni prima insieme al padre Bruno a Piazza di Spagna, fino al 1976, quando l’Attico chiude con una inondazione di 50.000 litri di acqua, un atto eclatante, favolistico, posto a compendio di quella armoniosa confluenza di generi, linguaggi, pratiche e concetti. Un lungo percorso di sperimentazione e ricerca, andando contro le convenzioni e con la consapevolezza del rischio. E di questa storia che molti reputano irripetibile, ne parleranno oggi, all’Accademia di Belle Arti di Roma, Tiziana D’Achille e Laura Cherubini, insieme a Fabio e Fabiana Sargentini. Per approfondire le parole sarà anche proiettato “Tutto su mio padre, Fabio Sargentini”, documentario girato da Fabiana Sargentini nel 2003.
In alto: Fabio Sargentini e Gino De Dominicis










