02 dicembre 2012

L’aquila vola al MoMA. Il controverso “Canyon” di Rauschenberg strappato dal museo newyorkese al “rivale” Metropolitan

 

di

Robert Rauschenberg, Canyon, 1959
Ecco quella che si può definire una vera storia a lieto fine, almeno per una parte dei protagonisti. Torniamo a parlare di Canyon, il grande combine di Rauschenberg del 1959, che negli scorsi mesi era stato oggetto di una grande controversia tra gli eredi di Ileana Sonnabend, proprietari dell’opera, e l’Internal Revenue Service, il servizio fiscale americano, che aveva valutato l’opera 65 milioni di dollari e aveva chiesto pagamenti, in tasse, pari a 29,2 milioni dollari, più altri 11,7 milioni di penale -perché Canyon contiene un’aquila sotto tutela dagli anni ’60, che non può essere commerciata né da viva né da morta. Una bella grana che è stata risolta con la donazione dell’emblema new-dada al MoMA, nell’ambito di un accordo con la IRS, del valore di 41 milioni di dollari. Chi gongola è dunque il Museum of Modern Art, che dedicherà un’intera sezione, in riconoscimento, alla memoria della Sonnabend e della sua immensa collezione (valore 2 miliardi di dollari) e inserirà il nome della filantropa sul muro dei fondatori del museo. Ma c’è una parte “lesa” in tutta questa vicenda, che resta a bocca asciutta: il Metropolitan, dove l’opera era esposta dal 2005, unico esemplare dell’artista, strappato dal museo “rivale” dopo anni di corteggiamento con gli eredi. Il Met, dal canto suo, aveva promesso ai Sonnabend un posto di rilievo per l’opera e una grande mostra sulla storia di Canyon, con tutti gli studi preparatori.
Ralph Lerner, avvocato della famiglia Sonnabend, ha rilasciato una nota stampa in cui riporta che gli eredi hanno preferito lasciare l’opera al museo di Midtown perché sarà, per usare un eufemismo, in buona compagnia: al MoMA infatti è già presente il famosissimo Bed di Rauschenberg del 1955, che inaugurò la stagione delle neo-avanguardie, Rebus (il combine con il caprone impagliato), e diverse opere dei precursori Willem de Kooning e Joseph Cornell.
Insomma, si troverà a casa, in un luogo che ha una mission tutta dedicata al Moderno e Contemporaneo, contrariamente a quella del Metropolitan. Che però si è detto, attraverso le parole della portavoce Elyse Topalian, “deluso” della scelta degli eredi: “Il museo sarebbe stato molto lieto di ricevere questo lavoro su base permanente. Tuttavia, abbiamo avuto la fortuna di aver avuto l’opportunità di avere Canyon in questa sede non una, ma due volte negli ultimi anni”. Ma tutto è bene quel che finisce bene, e la grande aquila dal “valore zero” per la sua invendibilità, da mercoledì avrà il suo nido perenne. 

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