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La stagione della discordia irrompe al Palais de Tokyo per concretizzarsi intorno alle installazioni rimarchevoli di Neïl Beloufa, George Henry Longly, Jean-Jacques Lebel e Kader Attia, che sviluppano in tutte le salse il tema del potere. “Discorde, fille de la nuit”, titolo della stagione espositiva del tempio parigino dell’arte contemporanea, fino al 13 maggio, offre un percorso a mo’ di grande agorà, che accoglie riflessioni originali sulle società e i modi di comunicazione, da quella interpersonale, a quella pubblica fino a quella dei nuovi media, tra immagini sconcertanti e oggetti deviati dalla loro funzione.
Il progetto L’Ennemi de mon ennemi di Neïl Beloufa (Parigi, 1985), comprende un dispositivo scenografico in perpetuo movimento perché azionato da robot che spostano, seguendo uno scenario algoritmico, opere diverse lungo zone che prendono nomi come istruzione, autorità, morti, spettacolo, tra gli altri. L’artista mostra i complessi e fragili rapporti tra potere e comunicazione, fino all’intercambiabilità dei discorsi nella comunicazione ufficiale, come nella pubblicità o nei videogiochi, e nella propaganda politica. Nella continua ricerca di un dialogo concreto e diretto con lo spettatore, Beloufa propone, inoltre, attraverso un’installazione video immersiva, un simulatore di bomba. Tra le opere di Beloufa, troviamo Développement durable, del 2017, e The Colonies, del 2016, unite, da un unico filo conduttore, a quelle di Picasso, William Pope, Barbara Bloom, Massimo Grimaldi, Thomas Hirschhorn, Elisabeth Lennard, Jean-Luc Godard, Camille Blatrix e il Colectivo Acciones de Arte, per citare solo alcuni.
“Discorde, fille de la nuit” presenta anche l’installazione L’un et l’autre, ovvero un laboratorio interculturale oltre che scambio intergenerazionale tra Jean-Jacques Lebel (Parigi, 1936) e Kader Attia (Francia, 1970). I due artisti ci parlano della loro amicizia attraverso la scelta di oggetti personali e di opere artistiche, alla conquista di un terreno fertile per accogliere quei valori umani universali indispensabili ad una società che voglia definirsi tollerante e pacifista. Si tratta di un progetto a lungo termine, che non si chiuderà quindi con questa mostra e che qui presenta, tra l’altro, The Culture of Fear: An Invention of Evil, dello stesso Attia, del 2013. Questa è un’installazione che svela come i mezzi di comunicazione, attraverso le copertine di giornali vari messi in bella vista, propongano l’immagine del terrorista, dell’entità da temere, con connotati fisici che si ripetono coerentemente nel tempo e nelle società. Il percorso affronta anche il tema dello stupro e delle torture, vedi Poison soluble. Scènes de l’occupation américaine (Bagdad) del 2013, di Jean-Jacques Lebel. Si tratta di un’installazione labirintica che presenta le terribili e note foto, qui ingrandite e riprodotte su tessuto, dei prigionieri iracheni torturati da soldati Usa nel carcere di Abu Ghraib.
Il Palais de Tokyo presenta, inoltre, Le corps analogue di George Henry Longly, che qui tesse un dialogo con armature dei guerrieri giapponesi Daimyo, in collaborazione con il museo nazionale delle arti asiatiche Guimet, poco distante dallo spazio espositivo. Presenti anche Marianne Mispelaëre, con On vit qu’il n’y avait plus rien à voir, vincitrice del premio della 62a edizione del Salon de Montrouge, e Massinissa Selmani, con Ce qui coule n’a pas de fin, vincitrice del premio Sam pour l’art contemporain 2016. (Livia De Leoni)










