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Che si trattasse di un unicum nella storia editoriale italiana e non solo, lo aveva ampiamente dimostrato. E aveva raggiunto le vette del successo globale partendo da una dimensione piccola, famigliare, quasi “sartoriale” si è definita. Ecco Charta, la casa editrice fondata da Giuseppe Liverani e chiusasi tra mille polemiche e tristezze, dopo anni in cui il mercato globale cercava di buttare fuori una realtà che ha fatto dei libri d’arte un successo, specialmente di stile.
Ma Charta non è morta e proprio in questi giorni, a New York, ci sarà il book launch dell’ultimo libro pubblicato, Open City di Diane Lewis, coeditato con The Cooper Union for the Advancement of Science and Art, prestigiosa università newyorchese, a marzo 2015. La casa editrice, insomma, continua a vivere dal New Museum al MoMa e non solo.
Già, perché Giuseppe Liverani, che si iscrisse alla Statale di Milano nell’anno accademico 1967/68, mentre cominciava il maggio francese che attraversate le Alpi sarebbe diventato il nostro ’68, ha dediso di donare l’intero catalogo (923 titoli) proveniente dalla sua biblioteca personale, proprio all’Università.
Un cerchio che si chiude, nel ricordo di Anna Maria Brizio e Marco Rosci, professori di Storia dell’Arte ai tempi della contestazione che videro lo studente Liverani protagonista appassionato. I libri continueranno a parlare, non solo ieri ma anche oggi e domani. E grazie, Charta.










