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Ha portato la media dei visitatori annui da 1,3 a 3 milioni. Ha contribuito all’ampliamento del museo (non senza polemiche, per l’abbattimento della facciata del vicino Folk Art Museum). Ha fatto passare i fondi annui da 200milioni a 1 miliardo di dollari, e regolarmente annuncia ottime acquisizioni. Eppure il padrone di casa del Museum of Modern Art di New York, Glenn Lowry (foto sopra) è ora nella tempesta, dopo le accuse al suo curatore Klaus Biesenbach, di aver trasformato il museo in un luna park, con la mostra di Björk.
Di che lo si accusa? Per esempio di essersi installato al museo da anni, e di trattarlo come una roccaforte (Jerry Saltz); poi – ancora più grave – di non rispettare i propri visitatori e l’indifferenza per la gestione delle folle (Roberta Smith).
Eppure dal board del museo si fa scudo al direttore, spiegando che un museo che non si assume dei rischi (in questo caso l’aver fatto la mostra della cantante islandese) non è un’istituzione degna di nota. E si invoca la filosofia del fondatore, Alfred Barr, e i suoi intenti sempre “radicali”, per un museo che sia multi-disciplinare e che mischi cultura alta e popolare. Nel frattempo, inoltre, il Consiglio ha rinnovato il contratto di Lowry per altri cinque anni.
Per alcuni segno di una disfatta, partita proprio come spiegavamo poco sopra, dal sovraffollamento inosservato e della scellerata idea di abbattere quello che la comunità artistica internazionale aveva dichiarato come una “facciata trascendentale”. Ora che il MoMA si amplierà il problema del “traffico” sarà destinato a ridursi?
Speriamo, ma quello che serpeggia è uno strano malcontento, fatto di rimpalli tra un probema e l’altro, con riferimenti alla storia (il museo è sempre stato affollatissimo e negli anni ’50, per tre volte, ha rischiato lo sfratto dai proprietari del palazzo di Midtown), ma quel che non sembra passare, stavolta, sono le critiche dei colleghi.
Lowry è un grande collega secondo Adam Weinberg, direttore del Whitney Museum of American Art, e stando alle dichiarazione dello stesso direttore del MoMA non c’è nessuna prevaricazione (come si era più volte dichiarato) da parte di Biesenbach sui colleghi, che al comitato mostre propongono le proprie idee circa ogni bimestre.
Insomma, le polemiche continuano e continuativamente. Che fare? Arginare o proseguire per la propria strada? Che serva davvero un altro direttore o che questa potenza di fuoco sia un po’ troppo scomoda e non solo troppo nazional-popolare?












