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Sull’Espresso della scorsa settimana Alessandro Cassin compie un puntuale reportage su ciò che sta succedendo nella lower Chelsea, a New York City: un quartiere di case basse, di carrozieri e di magazzini si sta dando all’architettura contemporanea. Il visionario palazzo di Frank O’ Gehry, che pare un iceberg sulla Diciannovesima, non è che il pioniere di un’onda che sommergerà tutto l’isolato e oltre, creando quello che sarà “The most beautiful block in the world”. I nomi? Quelli con i quali non si sbaglia: Gehry, appunto, e poi Nouvel, Ban, Selldorf e, aggiungiamo noi, Audrey Matlock con il suo Chelsea Modern già in fase di avanzata realizzazione sulla diciottesima.
Cassin non nota e non approfondisce, tuttavia, le conseguenze che la tendenza descritta avrà sul quartiere di Chelsea, ad oggi il principale polo mondiale per le gallerie d’arte contemporanea. Gli esiti di questa new wave sono però a nostro avviso ben leggibili. E si appalesano immediatamente tenendo conto che, forse per la prima volta, si parla di Chelsea senza parlare di artisti e di galleri, ma di appartamenti ed architetti. Per il mondo dell’arte il grande imperatore della 19th street è David Zwirner, per tutto il resto del mondo è ormai Frank Gerhy. Il processo di condominizzazione sta preparando un freddo benservito da recapitare alle gallerie d’arte. L’architettura di qualità, gli abitanti sofisticati e le atmosfere rarefatte dei quartieri residenziali non sono ambienti congeniali per le corde dell’arte contemporanea. Traslochi, molti traslochi, in vista…











