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L’ultimo giorno a Frieze è un altro decisamente affollato, ma non ha forse il pubblico giusto. Certo, è pur sempre domenica, è pur sempre il rush finale, e come ben sappiamo gli affari si fanno in altri momenti, «anche se dipende dalle fiere», ci dice la gallerista milanese Raffaella Cortese, che espone Zoe Leonard, Francesco Arena, alcuni disegni di Joan Jonas, tra gli altri pezzi.
«Frieze è una fiera di altissima qualità, ma si sviluppa in un giorno: quello della preview. Specialmente quest’anno tutto si è fatto in quelle ore, vuoi perché è la giornata vip, ma anche perché i collezionisti non tornano i giorni successivi, specialmente per la scomodità della location». E ce lo dicono chiaramente anche Sikkema Jenkins & Co. di New York (nella foto di copertina l’installazione di Kara Walker) e i superbig di Houser & Wirth: tutto si fa mercoledì.
E poi si, in effetti Randall’s island proprio comoda non è, ed è piuttosto costoso arrivarci (il traghetto dal Pier 35, per il pubblico generale, si paga 18 dollari). Eppure pare che in tantissimi abbiamo scelto di fare la gita fuori Manhattan proprio da queste parti, col risultato che per certi versi Frieze sembra un approdo sicuro per famigliole con prole in tenera età e giovani in tenute decisamente sportive. E tutti si mettono ordinatamente in fila per sperimentare gli ambienti di Frieze Projects.
Martin Soto Climet e il giovanissimo Henrik Olai Kaarstein sono gli artisti che invece propone T293, Roma-Napoli, in uno stand molto oggettuale e molto ben allestito: Climet partendo da oggetti trovati realizza piccole sculture preziose, un po’ inquietanti un po’ ironiche, Kaarstein (foto sopra) dipinge su borse da viaggio in acrilico e cera, smaterializzandone l’originaria funzione. Come sono andate le cose? Il giudizio su Frieze qui è positivo: «È una fiera su cui puntiamo ancora molto». Dello stesso avviso anche Galleria Continua, la big one italiana che qui porta tra gli altri Loris Cecchini, Pascale Marthine Tayou e Carlos Garaicoa.
I prezzi, in effetti, si sentono chiedere un po’ ovunque dal pubblico, mostly curiosity probabilmente, eppure più andiamo avanti e più le risposte che raccogliamo sono un po’ laconiche: si dice “bene” probabilmente perché in fondo, essere qui, dove uno stand costa suppergiù 30mila dollari (le cifre in chiaro sul sito della fiera) è già dimostrazione di un consolidato, o ottenuto, successo. That’s all folks!










