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Sarà la mostra più grande che, finora, New York dedica alla figura di Fabio Mauri. Nato a Roma nel 1926 e scomparso nel 2009, stavolta a prendersi “cura” di un altro nostro grande artista è una delle gallerie più trendy della Grande Mela, Hauser & Wirth che nell’Armory week apre con “I was not new”, titolo trasposto in inglese della celebre Non ero nuovo, aforisma riportato su uno dei celebri tappeti che hanno accompagnato anche l’edizione 2012 di Documenta, ad Fridericianum di Kassel.
In mostra anche Rebibbia e Quadreria, ma soprattutto la riproposizione della performance Ebrea, del 1971 (il prossimo 24 marzo), presentata alla Galleria Barozzi di Venezia e che aveva documentato anche Elisabetta Catalano.
“Una carriera che dura da cinque decenni e una diversità di discipline e mezzi che vanno dal disegno, alla pittura, scultura, performance, film, installazione, e scritti di teatro che riflettono sul mondo in generale” si legge nel comunicato stampa della galleria.
Peccato che tanto in generale Mauri non abbia riflettuto, quanto piuttosto come feroce e lucidissimo critico sulle questioni legate all’ideologia, all’ascesa del fascismo e all’Olocausto, e sulla persistenza di questi scenari anche nel mondo moderno. Bene comunque così, più o meno: continua, infatti, dopo l’Arte Povera, la riscoperta dei nostri immensi talenti oltreoceano. Aprendo un nuovo mercato, o semplicemente, tralasciando questo punto, dando finalmente ad un lavoro potentissimo, la dignità e il riconoscimento mondiale che si dovrebbe meritare.












