12 novembre 2015

Parigi/2. Dominique Gonzalez Foerster al Pompidou. Spazio, ambiente, azione e tempo. Per capire dove sono finiti gli anni, e le teorie, della post-produzione

 

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Non è una mostra facile la retrospettiva di Dominique Gonzalez Foerster al Centre Pompidou. Non fatevi ingannare, inoltre, dalla posizione: la Galleria Sud, al piano terra, sarà pur piccina, ma può diventare un labirinto nel quale è difficile riuscire ad orientarsi. Ed è quello che capita per l’ermetica francese, cavallo di battaglia del vecchio libro Post-production di Nicholas Burriaud insieme ad un altro protagonista forse più “incisivo” della nostra: Philippe Parreno. 
Si parla, dunque, ancora di quel processo di “ridefizione” dei codici estetici iniziata con gli anni ’90 e che, ad oggi, forse si è un po’ arrestata, generando – da Foerster in giù – generazioni di giovani epigoni poco convincenti.
Gli ambienti, le immagini e le storie che invece l’artista crea nel museo parigino affascinano decisamente parecchio, anche se il senso estetico nel senso tradizionale del termine è decisamente lontano. Ma si tratta appunto di rivisitazioni, di appunti, e di appuntamenti: quelli dei suoi progetti passati, che qui trovano una collocazione unitaria. C’è per esempio la sala di Euqinimod & Costumes, realizzata mettendo in scena alla 303 di New York i brandelli di un “armadio” lungo come la vita, con le sue magliette, i suoi appendini, la sua storia. C’è il bell’ambiente Cosmodrome, dove verrete chiusi dentro – al buio – per una decina di minuti, ascoltando le melodie di Jay Jay Johanson e guardando illuminarsi una parete; oppure c’è la Brasilia Hall creata per il Moderna Museet di Stoccolma: vuoto totale, per uno spazio di orizzonti democratici, ovvero tutti quelli realizzabili con una grande stanza provvista solo di moquette e via dicendo. Che la mostra sia riuscita o no, non c’è dubbio: 1887-2058, questo il titolo, spiazza. Propone domande, apre una serie di conti in sospeso. Ma l’arco di tempo esagerato a cui Gonzalez-Foerster si riferisce tradisce una sensazione quasi sgradevole: l’aver realizzato un corpus di lavoro estremamente databile, e dunque datato. E il “cosa resterà?” da queste parti è una questione da non sottovalutare.

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