12 novembre 2015

Parigi/3. Il “Presente Continuo” di Omer Fast al Jeu de Paume, ovvero quanto inquietano le immagini. In una piccola mostra risultato di un grande progetto

 

di

Se siete particolarmente impressionabili non andate al Jeu de Paume. O meglio, andate e salite al primo piano, e scoprite le belle immagini di Philippe Halsman.
Al piano terra c’è Omer Fast, con “Le présent continue”, ad aspettarvi, e di rassicurazioni non ne troverete, anzi: dopo 77 minuti di Continuity, il video prodotto per Documenta 13 e ampliato per questa mostra parigina, uscirete se vi andrà bene quantomeno angosciati. Da una storia che mischia storie, che sfonda il limite tra narrazione e rappresentazione, che sonda i problemi “sociali” dei giovani soldati dall’Afghanistan, di una famiglia incestuosa che per certi versi ricorda quella di Teorema di Pasolini, in un film che – se lo si guarda su un lato più mainstream – si potrebbe iscrivere nelle esperienze cinematografiche di Memento, de L’anno scorso a Marienbad, di Lola corre.
Classe 1972, nato a Gerusalemme e poi vissuto a New York e ora di casa a Berlino, Omer Fast vi trascinerà in un vortice di strana violenza. Domestica, psicologica, morale, concatenata alle relazioni tra i personaggi, dove i protagonisti sono un tossicomane che si vende e un militare di ritorno e alle prese con un padre omosessuale e una madre morbosamente attratta dal figlio. Ma è solo apparenza, perché il “presente continuo” in cui ci getta l’artista è proprio questo: l’eterno ritorno di un’altra storia, di un’altra verità, lasciando lo spettatore solo a cercare di ricostruire la sua versione dei fatti, in maniera meno oscura possibile. Se possibile.
E se invece vi fermerete all’ingresso ad accogliervi sarà il notiziario CNN Concatenated, 2002. Partendo da una “base” di 10mila parole, Fast ha creato un montaggio sincopato dove i mezzi busti dei telegiornali dell’emittente americana vi condurranno in una spirale vorticosa, dove la sicurezza della retorica lascia spazio a una recita dove gli attori (tutti, decisamente, omologati nel loro ruolo di “maschere”) sono solo le parti spersonalizzate di una “poesia” affannata e in trance. Quasi un meccanismo per svelare l’inconscio collettivo. Il nostro consiglio? Prendetevi un paio d’ore, e fatevi scuotere.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui