18 febbraio 2019

Qui Los Angeles/10. La mostra più affollata di sempre? Piero Manzoni da Hauser&Wirth

 

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Hauser & Wirth, dal 2016, ha aperto la sua sede ammiraglia a Downtown, Los Angeles. In un vecchio mulino i cui lavori di ripristino sono stati guidati dal team di Annabelle Selldorf, che nel 2018 ha vinto anche il locale Chair’s Award che il Los Angeles Conservancy riconosce a chi si preoccupa di preservare monumenti ed edifici storici della città. 
Ma Hauser & Wirth, qui, è diventata una vera e propria istituzione che si potrebbe tranquillamente definire museale, visto che oltre alle mostre si possono vedere spettacoli di danza e musica, cinema, laboratori per bambini e famiglie e incontri con gli artisti. In più, nel cortile dell’ex fabbrica, c’è il bistrot Manuela, che offre prodotti stagionali e locali. E poi c’è pure un pollaio, un giardino urbano e un paio di artbook shops. Basterebbe solo questo per la visita. 
E invece no, perché ieri hanno aperto al pubblico due mostre letteralmente prese d’assalto. La prima è “Annie Leibovitz. The early years, 1970 – 1983”, che ha visto le persone mettersi in coda girando l’angolo della strada e circumnavigando il perimetro dell’edificio. La seconda indagando i “Materials of His Time” di Piero Manzoni. Un’esclusiva assoluta per la West Coast, visto che si tratta della prima grande mostra dedicata all’artista italiano da queste parti, che poi si sposterà nella sede newyorchese della galleria. Curata da Rosalia Pasqualino di Marineo, direttrice della Fondazione Piero Manzoni di Milano, l’esposizione vuole essere un’esplorazione dell’uso spregiudicato dei materiali e dell’assenza di colore nelle opere di Manzoni, e la sua parentela stilistica con lo spazialismo e le forme di Lucio Fontana e la spiritualità di Yves Klein
Verrebbe da dire che, dopo la retrospettiva al Museo del Novecento di Milano, e per il suo essere a dir poco iconico e mitico in Europa, sdoganato alle aste e altamente riprodotto, per un italiano non c’è nulla di nuovo. Eppure siamo di fronte a una mostra di grandissimi pezzi. E soprattutto tantissimi. Chissà come la prenderà il pubblico americano, un poco esterrefatto – almeno a orecchiare i commenti. 
Completano la mostra due ambienti, uno verde luminescente, l’altro di pelo bianco alle pareti, che l’artista aveva espresso, in una lettera, di voler realizzare, prima della prematura scomparsa. (mb)

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