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Lui, nato nel 1962 e di casa a Londra e New York, rappresentante della Gran Bretagna alla Biennale di San Paolo nel 1996 e alla Biennale di Venezia nel 1999, dice che i suoi dipinti sono «le sculture più sottili del mondo». Una caratteristica che, forse, si può associare a ogni pittura. Per la capacità di evocare la terza dimensione, senza metterla in pratica se non con l’inganno.
Da Matthew Marks, a Los Angeles, le tele di Gary Hume vibrano di ondulamenti; sono smalti su alluminio e carta – ma vi sono anche tre sculture di acciaio verniciato – e sembrano davvero un ritratto fedele della natura e dei suoi colori: cupi o scurissimi oppure accesi, quasi psichedelici. Ma oltre alla natura “terrena” c’è anche quella marina, con uno sguardo decisamente attuale, seppur completamente astratto. In questa recente produzione di Hume si scoprono vaste distese di azzurro con giubbotti di salvataggio che fluttuano o altre superficie monocromatiche, «che ricordano le ninfee di Monet aggiornate per il ventunesimo secolo».
La mostra, la prima dell’artista a Los Angeles dopo oltre 25 anni, è quasi un trionfo di rarefazione: le opere infatti sono solo otto. Per contemplare, quasi con un tocco di misticismo. (mb)










