05 marzo 2018

Raoul Hausmann, Susan Meiselas, Damir Očko. Generazioni visive a confronto al Jeu de Paume

 

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La programmazione del Jeu de Paume – il glorioso ex museo dell’impressionismo consacrato alla fotografia dal 2004 – dedica la stagione primaverile a tre artisti di generazione, nazionalità e cultura disparate che, nella diversità, condividono tuttavia una comune visione etico-politica della realtà e, quindi, un’impostazione analitica e lucida dell’immagine fotografica come documento critico. 
All’austriaco Raoul Hausmann (1886-1971) è dedicata una ampia antologica “Un regard en mouvement”, a cura di Cécile Bargues e David Barriet, che ricostruisce il suo percorso artistico a partire dalla lunga esperienza dada a Berlino (è molto stimolante la contestualità con la bella mostra ancora visitabile “Dada Africa” nell’adiacente Orangerie) documentata anche con collage, fotomontaggi, “poemi fuori di testa”, ovvero i dirompenti optophonétique, sculture come la celebre e iconica testa meccanica del 1920. In quel periodo instaurò fecondi rapporti con i protagonisti del Bauhaus, che mantenne per tutta la vita. Con loro condivise le tragiche vicende della persecuzione nazista, nel ’33 si rifugiò a Ibiza ma dovette scapparne nel ’36, per sfuggire al franchismo e riparare a Limoges, dove rimase per il resto della sua vita. Oltre che artista e sperimentatore iconoclasta, fu un instancabile fotografo e curò costantemente anche soggetti tradizionali, come il nudo femminile, il paesaggio selvaggio e il ritratto, affrontando anche temi specifici come la ricerca sull’architettura vernacolare ad Ibiza primo contributo alla formazione dell’idea di architettura senza architetti. 
A Susan Meiselas (Baltimora 1948) è dedicata “Médiations” a cura di Carles Guerra e Pia Viewing una retrospettiva a partire dagli anni ’70, focalizzata su alcuni lavori documentari della fotografa reporter. Fra i primi progetti, 44 Irving street, del 1971, un reportage condotto nel suo condominio di studentessa sugli appartamenti e i suoi occupanti. In alcuni casi, la foto è accompagnata dal commento, dichiarato di chi vi è ritratto, sul suo rapporto con quell’immagine e con la casa in cui vive. Sul senso dello spazio dell’abitare ma di impatto drammatico, è il gruppo di foto Violenza domestica del 1992: immagini di degrado ed estraniamento, nelle case delle donne che hanno denunciato le violenze subite dai compagni. Esperienze forti sia sul piano della diffusione mediatica che per la violenza delle immagini, sono documentate nella sala America centrale, nei reportage degli anni 1978/1979 in Nicaragua, sulle rivolte sandiniste e le persecuzioni, e in El Salvador sulla dittatura militare e la guerra civile; e ancora nella sala Kurdistan, dove analoga intensità si ritrova nella documentazione fotografica dei massacri inflitti all’etnia curda cui si affiancano materiali e documenti di varia natura che costituiscono un originale e commovente tentativo di ricostruzione della memoria di un popolo che, per sfuggire allo sterminio, si è sottoposto a una diaspora globale.
La terza monografica, “Dicta”, a cura di Agnès Violeau, nell’ambito del programma Satellite, presenta due ultime opere video di Damir Očko (Zagabria 1977). La mostra non ha la complicata articolazione della precedente installazione dell’artista croato alla 56ma Biennale di Venezia ma i soggetti di Dicta 1 (2017) e Dicta 2 (2018) confermano il suo interesse per il corpo umano in quanto soggetto sociale. Il tema del rapporto tra uomo e potere è scandito nei video dai testi apodittici di Brecht, i dicta del titolo della mostra, che vengono però contaminati da un intervento pittorico poetico: sugli occhi chiusi del recitante «gli uomini amano la loro fabbrica dell’inganno» sono dipinti due occhi aperti truccati, un’interessante provocazione e un incursione in un terreno nuovo per Očko. (Giancarlo Ferulano)

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