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Prendete un piccolo gruppo di testimoni, consegnate una chiave per un luogo segreto a una delle persone, conduceteli in quello che è un luogo nuovo, e poi confidategli, ma solo a fine visita, la ricetta di un segreto. È quello che succede a Reggio Emilia, alla Collezione Maramotti, dove da oggi, in un piccolo spazio adiacente alla sede di via Fratelli Cervi, Jason Dodge, americano trapiantato a Berlino e una carriera sparsa tra Casey Kaplan di New York, l’Henry Art Museum di Seattle, Biennale di San Paolo, collezione Lambert di Avignone e MCA di Chicago, ha creato l’installazione, permanente, A permantly open window.
Introdotto alla Collezione da una conversazione accompagnata da versi neri dedicati a un rapporto con le piccole cose, sporcate dalle tragedie umane e quotidiane dello scrittore Matthew Dickman -di Portland come un altro “scrittore oscuro” ma più pop, Chuck Palahniuck- l’installazione di Dodge si pone proprio su un livello più coscienziale che altro: si tratta della possibilità di guardare alla realtà nei suoi mutamenti, la descrizione di un paesaggio attraverso non solo l’architettura, ma in una maniera ermetica ed empatica, di un pittoricismo inesistente che attraverso le connessioni con la storia dell’arte può accompagnare alla storia della pittura, alle dinamiche di ogni processo creativo basato sull’osservazione. Chi si aspetta “opere” nel senso tradizionale del termine resterà parecchio deluso dal nuovo progetto reggiano di Dodge, ma per “portarvi” un poco più dentro il concetto, vi regaliamo due parole dell’artista, intorno alla sua finestra sempre aperta: <<Resistete a qualsiasi domanda specifica, resistete all’urgenza descrittiva, ma rispondete alle domande con altre domande>>. E lasciatevi pervadere da una sensazione a metà tra il gioco e lo straniamento di una trama quasi thriller.










