13 settembre 2015

Salvo scompare a Torino. Lo ricorda per noi Massimo Minini

 

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Si era decurtato il nome: via Mangione (il cognome), e solo Salvo. Era nato nel 1947, vicino a Enna, ma presto si era trasferito con la famiglia a Torino, e nel 1963 fa la sua prima mostra, alla Società della Promotrice di Belle Arti. Cerca di vendere quadri Salvo, dipinge, e nel 1968 è a Parigi durante i moti del movimento studentesco. 
Ed è decisamente bello pensare che quest’aria di rivoluzione, che ormai è pura avanguardia, abbia segnato indelebilmente il futuro dell’artista.
Sì, perché Salvo ha attraversato correnti in diagonale, senza forse mai parte davvero: vicino all’arte Povera, al Concettuale, al ritorno della pittura, scorrendo la sua agiografia sembra essersi mosso in tempi separati, e con grande originalità, rispetto ai vari contesti. 
A Documenta nel 1972, fu alla Biennale di Calvesi nel 1984, nella sezione “Arte allo specchio”. Poi i viaggi negli anni ’90, a cui dedicò vari dipinti, dal Nord Europa alla Sira, dall’Oman fino al Nepal. 
Artista eclettico, ne ha tracciato per Exibart un ricordo il gallerista Massimo Minini, che ha avuto Salvo tra i suoi artisti fin dal 1970, con la galleria Banco, a Brescia. Ve lo proponiamo qui.
Salvo è vivo
Salvo è morto
Così recitava un’opera del periodo concettual-poverista di Salvo.
“Io sono il migliore” recitava un’altra frase, incisa nel marmo così come “Idiota”, “Le perle preziose davanti ai porci”, “Mangiarsi”, “Respirare il padre”.
Oppure SALVO scritto tricolore al neon, ma anche dipinto su un giornale.
Salvo è morto oggi: con lui se ne va la nostra giovinezza.
Veramente se ne era andata già da tempo, ma non ce ne eravamo accorti, o forse avevamo solo rimosso il pensiero.
Che Salvo non ci sia più appare impossibile, invece il text di questa mattina ha spostato in avanti le lancette dell’orologio della nostra vita. Una scomparsa che ci colpisce più di tante altre.
Lui, ex ragazzaccio ribelle, pittore per piacere, da Sanremo a Torino, si innamora di Cristina, entra un giorno da pittore in una galleria, ne esce artista.
Brucerà le tappe in pochi mesi, entrerà nelle ultime mostre e gallerie poveriste, farà fotografie, marmi, frasi, neon, tricolori, poi dopo quattro anni, gustate tutte queste occasioni, tornerà a dipingere.
Chiari i primi dipinti. San giorgio e il drago, soggetti siciliani, mitologici.
Devozione per De Chirico, per il giro d’Italia, il biliardo, la tivù, grande autodidatta, pronto a scommettere. Dipingeva per sé, visto che la sua svolta non a tutti era piaciuta nel suo milieu. Troverà altri amici, uscirà dal lavoro concettuale, abbandonerà anche le gallerie di quel mondo. Vicinissimi per dieci anni, ci siamo allontanati pian piano, ma sempre tenendoci d’occhio. Pensavo proprio a lui ieri, guardando Ciclamini di Persia del 1975,
che tengo a casa per affetto, piacere, ammirazione, ora anche per ricordo di un compagno di strada, per un lungo tratto di una breve vita. (Massimo Minini)

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