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Avrà un personale nel 2015, insieme al collega lituano Audrius Janušonis, Silvia Giambrone, vincitrice del contest “Unitext” della Biennale lituana di Kaunas, che ha riunito una serie di artisti emergenti internazionali a parlare di loro stessi attraverso un tema che quest’anno è stato indicato dal comitato scientifico con la parola “Unitext”, lemma che racchiude in sé “uni”, come universale, e “text”, come appunto testo: l’arte come linguaggio universale, insomma, in grado di parlare senza usare parole, in quanto si definisce l’opera come vero e proprio testo.
Selezionata su 447 application ricevute da 65 Paesi diversi, l’opera della Giambrone, siciliana classe 1981 e tra i fondatori di 26cc artist space di Roma, è stata giudicata, su una rosa di 22 selezionati, da un board composto dall’artista australiana Patricia Piccinini, Yves Aupetitallot, Presidente, direttore e curatore del centro d’arte contemporanea Le Magasin di Grenoble, che aprirà tra poco l’esposizione del lituano Vytautas Viržbickas, Osvaldas Daugelis, direttore del MK National Museum of Art, e dai critici e curatori Skaidra Trilupaitytė ed Ernestas Parulskis. Le mostre cadranno in occasione del decimo anniversario della Biennale baltica.
Silvia Giambrone è stata selezionata grazie alla sua performance Teatro anatomico, azione che fa parte di un più ampio progetto intorno al ricamo come affermazione nel contemporaneo di una pratica antica e prettamente femminile, che tutt’ora sopravvive molto più diffusamente in alcune zone d’Italia, tra cui la Sicilia, e per la quale spesso si spreca il termine “Made in Italy”. Ma nell’azione della Giambrone un colletto ricamato viene cucito sulla pelle viva del collo dell’artista, con due punti di ago e filo a livello della gola. Un’indicazione di femminilità che evoca anche la condizione della donna come emblema di una serie di attività che spesso hanno sconfinato nell’annullamento della personalità, nell’identificazione di una sola “posizione sociale”. E che l’arte porta alla luce, meglio di qualsiasi testo, con un teatro anatomico che metaforizza anche la violenza della tradizione









