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Continuano i rumors sul futuro del padiglione Italia alla Biennale di Venezia, curato da Vincenzo Trione. Oltre ai nomi che abbiamo fatto, e che sono dati per sicuri, di Mimmo Paladino, Nino Longobardi e Antonio Biasucci, ci sarà anche Marco Samorì, in veste di rappresentante giovane, e forse Giuseppe Caccavale, a confermare quella che abbiamo indicato come il “padiglione napoletano”.
Ma c’è dell’altro: il curatore avrebbe scritto al Comitato delle fondazioni per l’arte contemporanea, promosso lo scorso settembre da Patrizia Sandretto e che riunisce quindici delle principali fondazioni per l’arte contemporanea presenti in Italia (Città dell’arte-Fondazione Pistoletto, Fondazione Remotti, Fondazione Trussardi, Morra Greco, Brodbeck, Volume!, Fondazione Pinault, Palazzo Grassi, Giuliani, Merz, Nomas Foundation, Pastificio Cerere, Spinola-Banna, Memmo, Ratti e, appunto, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo), chiedendo di finanziare il Padiglione Italia con “almeno 10mila euro”.
Una sorta di crowdfunding orientato verso chi, più o meno, avrebbe soldi da mettere, ma che forse sarebbe generoso nel prestito di opere. La risposta, però, pare non sia stata di quelle migliori: in barba ai “gracias” promessi in catalogo e fuori del Padiglione qualcuno avrebbe rispedito al mittente l’idea con stizza nemmeno celata: “Non siamo vacche da mungere”.
Dei donors, insomma, almeno a questo giro, non se ne farà nulla.











questo fa capire bene che il sistema dell’arte ha i suoi giochi e interessi, che ci sono quelli che vogliono imporsi come i buoni ma che spesso sono lupi vestiti da agnelli, e ora fanno anche branco…. quello dell’arte contemporanea che ha cassato il l’arte italiana da decenni succube (soprattutto per interessi) di quello inglese