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La sua performance, Tatlin’s Whisper, è stata interrotta prima ancora di essere iniziata, e all’artista, Tania Bruguera, è stato ritirato il passaporto. Siamo a L’Avana, e l’azione di Bruguera consisteva nel dare un microfono al pubblico per farlo parlare liberamente un minuto. Un’azione scomodissima per le forze dell’ordine e del governo, che sarebbero potuto essere bersaglio di critiche. Ieri, a favore dell’artista, a Times Square a New York per mezza giornata si sono alternati Hans Haacke, Pablo Helguera, Ahmet Ögüt, Paul Ramirez Jonas e Dread Scott, che hanno preso il microfono, insieme a Claire Bishop, Tom Finkelpearl e RoseLee Goldberg.
A organizzare l’evento il network Creative Time, che con una piccola e vacillante cassa ha permesso lo speaking, metafora della fragilità del diritto alla libertà di parola non potrebbe essere trovato.
E così, in rassegna, sono sfilati gli eroi del nostro tempo, i deportati della parola, associati ai criminali veri. La venezuelana Deborah Castillo ha usato il suo tempo a Times Square per leggere un elenco parziale dei prigionieri politici nel Paese, il turco Ahmet Ögüt ha parlato alla folla della sua terra d’origine, dove i bambini delle elementari sono stati messi sotto inchiesta per aver partecipato a un progetto scolastico legato alla Giornata Internazionale della Pace e il writer Nikki Colombo ha sottolineato che la libertà di parola è minacciata anche in America, facendo l’esempio della Florida dove nel Dipartimento Ambientale è vietato pronunciare parole come “cambiamento climatico”, “riscaldamento globale” e “sostenibilità”.
Insomma, un bel discorso-happening-corale sulla “Non libertà”, nella piazza più famosa del mondo, ma non per questo più libera.












